IL
NARCISO di CARAVAGGIO (1571-1610)
Olio su tela (112 cm × 92 cm), Galleria Nazionale d'Arte
Antica - Palazzo Barberini, Roma.
Il Narciso è ritenuto da moltissimi storici dell’arte
opera dubbia. Fu scoperto da Roberto Longhi, che ne propose la datazione (1590-1595), ritenendolo, senza dubbio alcuno, un originale, contro altri
eminenti studiosi come Pevsener, Mahon e Baumgart, che lo reputavano opera
del Gentileschi.
Bernard Berenson nel suo specifico saggio sul Caravaggio –
neanche entrando nel merito della questione – prende per buona l’attribuzione
del Longhi, elogiando il quadro nell’insieme, ma riscontrandone un’incongruenza
formale nella posizione del ginocchio del personaggio, brutto a vedersi. Il
Voss, il Salerno e lo Spear, tormentati dal dubbio, non hanno mai dato per
certa l’attribuzione al Merisi, anche perché non soccorsi da documenti precisi.
Secondo il mio pensiero, il dipinto, dal punto di vista
stilistico, si rapporta esaurientemente al maestro lombardo, rendendo
attendibilissima l’intuizione del Longhi. Pertanto l’assegnazione ai
Gentileschi, padre o figlia, e ai caravaggeschi in genere, dell’opera è da
escludere. Lo stile dei Gentileschi, padre e figlia, è sostanzialmente più
lezioso e teatrale rispetto a quello del Merisi, e le varie maniere dei
caravaggeschi consistono essenzialmente in un naturalismo più plebeo e
formalmente peggiorativo. Al Narciso tutto questo è totalmente estraneo.
Il bellissimo giovane emerge da una inquietante oscurità,
metafora evidente della sua condizione di solitudine, illuminato da un
bastevole fiotto di luce, quasi irreale. Egli si specchia in uno stagno d’acqua
compiacendosi della piacevolezza dei suoi teneri lineamenti, in una posizione
aggraziatissima, quasi a proteggere l’immagine riflessa dalla vista di intrusi,
in un sottile impulso di gelosia misto al sentimento profondo d’amore che
tortura il suo cuore. In un’atmosfera sublime, il mondo è sparito oltre il suo
stupendo aspetto e alla sua specchiata figura, in un assoluto isolamento da
sogno, in cui desiderio e vanità pervadono l’anima palpitante dell’incantevole
Narciso, ormai lontano da ogni materiale faccenda.
Chiaro è il significato complessivo dell’opera, che consiste
in una seria riflessione sulla bellezza e sulla passione amorosa, ove la
bellezza è transitoria e corruttibile e l’amore è miraggio e inganno dei sensi.
Con tali concetti il Caravaggio aggiorna e rielabora un soggetto ripreso dal
repertorio letterario classico (il tema è tratto da Ovidio, Metamorfosi),
in una universale concezione, sottolineata dagli abiti moderni indossati dal
Narciso, come per dire che certe verità sono eterne.
Nell’opera sono ben visibili tutti gli elementi
stilistici di Michelangelo Merisi, come i riferimenti ai pittori lombardi della
realtà; il suo particolare luminismo, selettivo e artificiale; la deliberata
esclusione della dimensione
spazio-temporale; la studiata collocazione della figura nello spazio del quadro,
idealizzata e androgina, come quella dell’angelo che ispira San Matteo in San
Luigi; la pignoleria nella resa del reale.
Reputo interessante riportare
l’originale quanto diversa lettura di Maurizio Marini secondo cui «lo
schema chiuso della composizione sembrerebbe riflettere il contenuto
psicologico del mito strictu sensu (rifiuto del mondo esterno
dell’adolescente auto-contemplandosi), in un discorso morfologico,
d’ineguagliabile suggestività e sintesi, dalle molte interpretazioni religiose-etico-culturali.»
Va sottolineata infine, la complicità tutta neo-platonica
uomo-natura riscontrabile nell’opera, così come della singolare vicenda di
Narciso ne ha scritto Marsilio Ficino: «…e mostrò alla Natura
sottostante la bella forma divina. Quando vide in lui l’inesauribile bellezza
(…) la Natura sorrise di amore, poiché aveva visto i tratti della stupenda
forma dell’Uomo riflessi nell’acqua e l’impronta della sua ombra sulla terra. E
l’Uomo, vista nella natura una forma simile alla sua ─ riflessa nell’acqua ─
l’amò, e volle vivere con essa…»
Mia Cinotti ha giustamente osservato che, constatata
l’enorme quantità di riproduzioni, contemporanee e posteriori, nonché di
ulteriori rielaborazioni, è problematico definire l’opera un originale. Al
dubbio si aggiungeva, fino a qualche tempo addietro, anche la difficoltà
di lettura del dipinto, dovuta al cattivo stato di conservazione. Oggi, per
fortuna, lo si può ammirare restaurato nella Galleria d’Arte Antica, al Palazzo
Barberini, dove sono andato a vederlo più volte. La mia personale impressione è
che si tratti di un originale, e concordo con molti altri studiosi, in virtù di
tutta una serie di ponderate considerazioni, che la datazione possa essere
spostata al 1600.
Michelangelo Merisi detto
Caravaggio (ritratto di Ottavio Leoni)
La compassionevole storia di Narciso
Nelle Metamorfosi Ovidio narra la vicenda di
Narciso, la cui bellezza fu la ragione della sua stessa rovina. Narciso
era di una tale bellezza che ogni persone che lo guardava, uomini o donne, se
ne innamoravano. Ma lui rifiutava ostinatamente ogni attenzione.
Della sua insensibilità e vanità si racconta che un giorno
donò una spada ad Aminio, un suo inguaribile spasimante, affinché con essa si
togliesse la vita. E Aminio per amore del suo Narciso, si trafisse il cuore. Un
giorno la ninfa Eco incontrò Narciso, che cacciava nel bosco, e ne rimase
estasiata.
Tempo dopo, Narciso, mentre cacciava, si perse nei boschi,
e chiamò aiuto. Eco accorse, e si offrì a lui come un dono d'amore. Ma Narciso
fuggi inorridito.
Eco, avvilita, scappò via dolente. Si rifugiò nel bosco,
tormentata dalla sua passione per Narciso, tanto che rinunciò a vivere e il suo
corpo si svigorì velocemente fino a scomparire e a lasciare di lei solo la
voce.
Gli dei decisero allora di punire Narcisco per la sua
spietatezza, incaricando Nemesi, dea della vendetta, la quale fece in modo di
far innamorare Narciso, mentre si abbeverava ad una fonte, della sua immagine
riflessa nell’acqua.
"Contempla
gli occhi che sembrano stelle, contempla le chiome degne di Bacco e di Apollo,
e le guance levigate, le labbra scarlatte, il collo d'avorio, il candore del
volto soffuso di rossore ... Oh quanti inutili baci diede alla fonte
ingannatrice! ... Ignorava cosa fosse quel che vedeva, ma ardeva per
quell'immagine ...”
Ovidio (Metamorfosi).
Inconsapevole di rimirare se stesso, mandava baci e
carezze, immergendo le braccia nell'acqua per sfiorare quel volto, che
scompariva non appena lo toccava.
Narciso restò per molto tempo vicino alla fonte, tentando
di afferrare la sua immagine riflessa nell’acqua, incurante dei giorni che
passavano, dimenticando di bere e di mangiare, perso in quel sortilegio. E in
fine morì, vicino alla fonte. Quando le Naiadi e le Driadi andarono a prendere
il suo corpo per posarlo sulla pira funebre, trovarono al suo posto un
meraviglioso fiore bianco che da lui prese il nome di Narciso.
"Languì a lungo d'amore non toccando più cibo nè
bevanda. A poco a poco la passione lo consumò, e un giorno vicino alla fonte
... reclinò sull'erba la testa sfinita, e la morte chiuse i suoi occhi che
furono folli d'amore per sé. ... Piansero le Driadi, ed Eco rispose alle grida
dolenti. Già avevano preparato il rogo, le fiaccole, la bara, ma il suo corpo
non c'era più: trovarono dove prima giaceva, un fiore dal cuore di croco
recinto di candide foglie."
Ovidio (Metamorfosi).
ECO E NARCISO di Waterhouse.
John
William Waterhouse, Eco e
Narciso (1903), Walker
Art Gallery, Liverpool (Inghilterra).
John William Waterhouse (1849 – 1917) è noto
principalmente per i suoi soggetti mitologici e per le protagoniste femminili
dei suoi dipinti, personificazioni di bellezza o donne fatali. Fu un pittore
sostanzialmente simbolista e appartenente al movimento dei preraffaelliti.
© G. LUCIO FRAGNOLI
IL POST SOPRA RIPORTATO HA SCOPO ESCLUSIVAMENTE DIVULGATIVO, ED È RIVOLTO PERTANTO AGLI STUDENTI E AGLI APPASSIONATI.
Nessun commento:
Posta un commento