Vincenzo Campi (1536 – 1591), I
mangiatori di ricotta, 1580, olio su tela, 77,9 x 89,4 cm,
Museée des Beaux-Arts, Lione
LETTURA DELL’OPERA
I mangiatori di ricotta è un
grottesco dipinto di genere, cui lo stesso autore ha dato il titolo di Buffonaria, a indicarne, senza poter
incorrere in equivoci, il senso burlesco e la consapevole frivolezza.
Si
tratta dunque di una dichiarata rappresentazione farsesca, che vede
protagonisti quattro spensierati personaggi intenti a ingozzarsi di ricotta. I gozzoviglianti,
che indossano abiti da commedia dell’arte, sono accomodati attorno a un
banchetto di legno, con sopra una grossa ricotta messa in un piatto di stagno.
Le
loro corporature occupano quasi tutto lo spazio del quadro, senza che vi sia la
possibilità per il riguardante di capire l’effettivo contesto dentro cui si
sviluppa la scenetta.
Si
potrebbe tranquillamente immaginare che i buongustai si trovino in una locanda
semibuia o, tutt’al più, in un basso
scalcinato d’un rione popolare. Non potrebbe essere altrimenti, almeno a
giudicare dalle loro maniere cafonesche e dalle facce plebee, dagli sguardi strafottentemente
rivolti verso il riguardante, intanto che si rimpinzano dell’appetitoso
formaggio.
Dei
quattro commedianti affamati, due
sono in primissimo piano, chi da un lato e chi dall’altro, i restanti due sono al
centro, appena un po’ dietro, alle loro spalle.
Sulla
destra c’è una popolana formosa e belloccia, non proprio giovanissima, dal
sorriso gongolante e ruffiano.
È
l’allegra locandiera che ha portato il piatto in tavola? Può darsi. Tant’è che appare
parecchio soddisfatta. Per il motivo, forse, che la ricotta è stata appena approntata,
e sembra pure saporita. Si capisce dall’ingordigia del mangiatore sistemato sulla
sinistra, che se ne sta abbuffando. Ne ha piena bocca mezza spalancata, ma ne
ha già preso un’atra bella mestolata.
In
questo personaggio l’autore ha realizzato il suo autoritratto in chiave zotica e
buffonesca, con una spassosissima autoironia.
Cosicché,
calatosi nei panni del gaudente screanzato, partecipa soddisfatto al pasoliniano trangugiamento della ricotta
che, stranamente, ha assunto le vaghe sembianze di un cranio, come a voler loro
rammentare la transitorietà d’ogni umano piacere e l’impalpabile incombenza della
morte.
L’opera dimostra chiaramente l’interesse del maestro per i molteplici aspetti dell’ordinaria esistenza e, di conseguenza, per la pittura di genere, di cui è abile e rispettato protagonista, nella consapevolezza che l’arte è interpretazione della realtà, ma anche racconto e specchio della vita.
Vincenzo
Campi (1536 – 1591), La cucina, 1578-1581, olio su tela, 145 x 220 cm,
Pinacoteca di Brera, Milano
VINCENZO CAMPI
Figlio
del pittore cremonese Gerolamo Campi, come Antonio e Giulio, Vincenzo nacque a
Cremona nel 1536.
Il
pittore, come il padre e i fratelli, operò essenzialmente nella città natale,
ma lavorò anche a Milano, a Pavia e Busseto.
La
carriera dell’artista, curiosamente, si dipanò su due differenti e paralleli
percorsi stilistici, ossia: quello della pittura sacra, legata alquanto ai
dettami controriformistici, e quello della pittura di genere.
Quest’ultima
gli permise di affrontare temi legati all’ordinarietà della vita, in un inedito
stile naturalistico di vago sapore fiammingo, e in una originalissima visione,
spesso scanzonata e popolaresca, affollata talvolta di individui grotteschi e
femmine procaci e ammiccanti, tratti dalla sua personale e quotidiana commedia
dell’arte.
Tant’è
vero, che il grande Roberto Longhi lo include nella cerchia ristretta dei cosiddetti
pittori della realtà, insieme a Giovan Battista Meroni, Giacomo Ceruti e
qualche altro artefice di area lombarda, che precorsero e ispirarono il
naturalismo caravaggesco.
Difatti,
nella carriera di Vincenzo Campi, l’intervallo sicuramente più libero e
singolare dal punto di vista creativo, è costituito dalla produzione di dipinti
di tipo naturalistico, come I mangiatori
di ricotta, e della famosissima serie, composta da quattro scene di genere:
La fruttivendola, La pescivendola, La pollivendola e La cucina.
I
quattro quadri erano custoditi nella foresteria del convento cremonese dei Gerolomini di San Sigismondo, fino al
1809, anno della soppressione della comunità religiosa da parte dei francesi.
Oggi essi sono esposti nella Pinacoteca di Brera. Della serie esiste una replica,
eseguita per il banchiere Hans Fugger, e oggi conservata nel castello di
Kirchheim, in Germania.
Vincenzo
Campi morì a Cremona nel 1591, all’età di 55 anni.
IL POST SOPRA RIPORTATO HA CARATTERE ESCLUSIVAMENTE DIVULGATIVO E DIDATTICO, DESTINATO PERTANTO AGLI STUDENTI E AGLI APPASSIONATI.



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