John William Waterhouse (1849 –
1917), Eco e Narciso (1903),
olio su tela, 109 x 189 cm, Walker Art Gallery, Liverpool.
Lettura dell’opera
Eco e Narciso è il quadro capolavoro di Waterhouse, che
traspone pittoricamente la struggente storia ovidiana e la riassume in un’immagine
poetica e insieme coinvolgente.
Ignaro del maleficio ordito dalla nefasta dea
Nemesi, il vanesio Narciso, stremato dal caldo e dalle manovre della caccia, è
giunto nei pressi di una fonte, le cui limpide e argentee acque si versano in
stagni e canali che penetrano una verdeggiante piana ai limiti del bosco,
serpeggiando tra sassi levigati e ombrose querce.
Meravigliato dall’amenità del luogo, si stende allora
sul bordo di un ombreggiato specchio d’acqua cristallina, per abbeverarsi,
scorgendovi il grazioso aspetto d’un giovane, che altro non è che il proprio volto
riflesso nell’acqua, tanto che cerca di amoreggiare con lui.
Narciso è lì da molto, ormai, ma resta ancora, affatturato,
a pancia in giù sull’erba umida, con le braccia e col capo sospesi su quella
parvenza, che gli sembra la più bella mai vista prima. Ha abbandonato nell’erba
il cappello, l’arco e la faretra con le frecce, trascurando di far altro, solo
idolatrando la meravigliosa creatura che riluce nell’acqua tremolante, che si immerge
e si dissolve alle sue carezze e ai suo baci, per poi riemergere e riapparire misteriosamente,
provocando in lui un sublime trasporto, misto a un soave senso di smarrimento.
Appena un poco più in là, compostamente seduta su
una pietra, sul bordo opposto, tra le erbe acquatiche fiorite, c’è Eco che
osserva rattristata le effusioni deliranti del suo crudele e agognato amante, e
ne prova pietà ora, sebbene l’abbia meschinamente respinta. Per quell’amore non
corrisposto si è lasciata consumare dal dolore. Le sue carni si sono malamente dissolte.
Di lei sono rimaste solo le ossa, tramutatesi in sassi sparsi tra gli alberi, e
un flebile riverbero d’ogni frase pronunciata nell’aria pulita di quel luogo
ameno. È il suo spirito vagante, la sua incorporea e aggraziata fisionomia che
siede affranta vicino al suo sogno d’amore mai germogliato, al suo Narciso,
smarritosi in un vagheggiamento.
Ignaro d’ogni altra umana faccenda, continua a
inseguire il suo innamorato, lo stupendo cacciatore, con le labbra e le mani
che sfiorano l’acqua, per baciare e accarezzare il suo inafferrabile amante,
trascurando ogni suo bisogno.
Va così incontro a un destino inaspettato e
terribile, lasciandosi morire d’amore, come Eco, con una coroncina di fiori che
gli cinge la testa, che allude alla sua triste fine,
E d’amore morirà, Narciso, consumandosi nel corpo
come Eco, lasciando di sé, su quella riva erbosa, solo un fiore, che le sue
afflitte sorelle, accorse per celebrarne il rito funebre, chiameranno col suo
nome, Narciso. Tutto ciò a significare che la bellezza esiste ed è un dono
assai raro, ma è purtroppo illusoria ed effimera, come ogni altra cosa terrena.
Il pittore
inglese John William Waterhouse è definito da alcuni studiosi un
preraffaellita o preraffaellita moderno,
da altri un classicista. Io penso invece che egli sia in effetti un pittore neoromantico
simbolista. La sua visione si basa su un’esattezza prospettica e coreografica, con un equilibrato
rapporto tra contesto dipinto e personaggi, cui s’abbina uno stile dal
colorismo garbato e naturale, unito a una sobria eleganza disegnativa.
Eco e Narciso (riassunto)
dal poema Metamorfosi di Ovidio
Nel poema
Metamorfosi Ovidio narra la vicenda
di Narciso, la cui bellezza fu la ragione della sua stessa rovina. Narciso era
di una tale bellezza che ogni giovane che lo guardava, uomini o donne, se ne
innamoravano. Ma lui rifiutava ostinatamente ogni attenzione. Della sua insensibilità e vanità si racconta che un giorno
donò una spada ad Aminio, un suo inguaribile spasimante, affinché con essa si
togliesse la vita. E Aminio per amore del suo Narciso, si trafisse il cuore. Un
giorno la ninfa Eco incontrò Narciso, che cacciava nel bosco, e ne rimase
estasiata.
Tempo
dopo, Narciso, mentre era a caccia, si perse nei boschie chiamò aiuto. Eco
accorse, e si offrì a lui come un dono d’amore. Ma Narciso fuggì inorridito. Eco,
avvilita, scappò via dolente. Si rifugiò nel bosco, tormentata dalla sua
passione per Narciso, tanto che rinunciò a vivere e il suo corpo si svigorì
velocemente fino a scomparire e a lasciare di lei solo la voce.
Gli dei decisero allora di punire
Narcisco per la sua spietatezza, incaricando Nemesi, dea della vendetta, la
quale fece in modo di far innamorare Narciso, mentre si abbeverava ad una
fonte, della sua immagine riflessa nell’acqua.
"Contempla gli occhi che sembrano stelle, contempla le chiome degne di
Bacco e di Apollo, e le guance levigate, le labbra scarlatte, il collo
d'avorio, il candore del volto soffuso di rossore ... Oh quanti inutili baci
diede alla fonte ingannatrice! ... Ignorava cosa fosse quel che vedeva, ma
ardeva per quell'immagine ...” Ovidio (Metamorfosi).
Inconsapevole di rimirare se stesso,
mandava baci e carezze, immergendo le braccia nell’acqua per sfiorare quel
volto, che scompariva non appena lo toccava. Narciso restò per molto tempo
vicino alla fonte, tentando di afferrare la sua immagine riflessa nell’acqua,
incurante dei giorni che passavano, dimenticando di bere e di mangiare, perso
in quel sortilegio. E infine morì, vicino alla fonte. Quando le Naiadi e le
Driadi andarono a prendere il suo corpo per posarlo sulla pira funebre,
trovarono al suo posto un meraviglioso fiore bianco che da lui prese il nome di
Narciso.
"Languì a lungo d'amore non
toccando più cibo nè bevanda. A poco a poco la passione lo consumò, e un giorno
vicino alla fonte ... reclinò sull'erba la testa sfinita, e la morte chiuse i
suoi occhi che furono folli d'amore per sé. ... Piansero le Driadi, ed Eco
rispose alle grida dolenti. Già avevano preparato il rogo, le fiaccole, la
bara, ma il suo corpo non c'era più: trovarono dove prima giaceva, un fiore dal
cuore di croco recinto di candide foglie." Ovidio (Metamorfosi).
© G. LUCIO FRAGNOLI
















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