François
Boucher (1703-1770), Pan e Siringa (1743), olio su tela, 101 x 133 cm,
Collezione privata.
Tra i monti dell’Arcadia viveva una Nàiade chiamata Siringa, che rifuggiva da dèi e satiri, desiderando fortemente di restare casta, come l’ammirata dea Diana, cercando persino di essere simile a lei in tutto e per tutto. Le distingueva solo il materiale del loro arco, d’oro quello della dea, di corniolo quello della ninfa. Un giorno Siringa incontrò Pan, che subito se ne invaghì, cercando di ammaliarla con parole lusingatrici, che lei non volle sentire, fuggendo via da lui che, invece di desistere, la inseguì. Giunta sulla riva del fiume Ladone, non potendo continuare la propria corsa, la fuggitiva pregò le sue consorelle ninfe d’acqua che piuttosto la trasformassero in qualsiasi entità, pur di non soccombere al dio satiro. Che, raggiuntala, l’abbracciò, ritrovandosi però tra le mani un fascio di canne palustri. Il respiro affannoso di Pan entrò nelle canne emettendo un suono melodioso. Ciò lo incoraggiò a legare insieme ordinatamente dei pezzi di quelle canne, creando il tal modo uno strumento musicale che chiamò Siringa, in ricordo di lei.
LETTURA DELL'OPERA
Nel
suo Pan e Siringa, Boucher immagina il momento cruciale della storia – quello
in cui si conclude l’inseguimento della graziosa Nàiade da parte dell’eccitato
dio satiro –, in modo del tutto diverso rispetto al racconto ovidiano. Ossia
questo: Siringa è giunta sulla riva del fiume Ladone e, non potendolo guadare,
si nasconde tra la folta vegetazione della fiumana, implorando nel mentre
l’aiuto di una ninfa acquatica e del dio fluviale – non presente nella
narrazione mitologica –.
Nel
suo stato di prostrazione, ha appena raccontato loro del suo dramma, quando,
nel crucciato stupore dei suoi soccorritori, sopraggiunge Pan, spuntando
all’improvviso tra i cespugli, acchiappando con una mano un fascio di canne,
come per spostarle, scoprendo in tal modo il nascondiglio della sua agognata.
Ovviamente,
le canne nel pugno del dio caprone simboleggiano e anticipano la fine della
storia. Non farà in tempo il maldestro e ruvido fauno a rapire la leggiadra
dea, che si trasformerà irrimediabilmente in vegetale al solo contatto delle
sue mani.
Boucher
in effetti ha rimaneggiato la storia, dando vita a una scena intensa e animata,
in cui il corpo nudo della bella e sensuale Nàiade dal roseo incarnato, disposto
in diagonale, ne occupa il centro.
Adagiata su ariosi e ricercati panneggi, coi piedi bagnati dall’acqua trasparente, la ninfa Siringa risplende sotto luce calda che scende dall’alto, frontalmente. Intorno a lei si muovono gli altri personaggi che, con le loro movenze e con le loro espressioni, danno vita a una narrazione pittorica alquanto comprensibile, in una visione libera ma bilanciata e un colorismo vivace ma ben combinato.
VITA IN BREVE DI BOUCHER
François Boucher nacque a Parigi nel 1703, figlio di un artigiano, ed ebbe come primo maestro François Lemoyne. A diciassette anni lavorò nella bottega dell’incisore Jean-François Cars, divenendo l’incisore delle opere di Antoine Watteau. Ottenne il premio dell’Accademia, nel 1723, riscuotendo anche un grande successo per la sua prima esposizione pubblica. Nel 1727 si recò in Italia, dove restò fino al 1731, per perfezionare la sua formazione. Nel 1734 fu ammesso all’Accademia. Dal 1740 espose regolarmente al Salon, guadagnandosi frattanto il titolo di decoratore capo della Reale accademia di Musica, dal 1744 al 1748. Nel 1765 fu nominato primo pittore, pur godendo da tempo di un alloggio al Louvre. Ma l’avversione degli intellettuali illuministi lo condannò all’emarginazione, portandolo alla tomba. Morì nel 1770.
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