Charles Le Brun (1619–1690), L’entrata di Alessandro Magno a Babilonia, 1663,
olio su tela, 450 x 707 cm, Museo del Louvre, Parigi
L’imponente tela raffigura Alessandro Magno che
entra da trionfatore nella favolosa città di Babilonia, dopo aver sconfitto Dario
III nella battaglia di Gaugamela (331
a. C.).
Essa era stata inizialmente elaborata da Charles Le
Brun come bozzetto per un arazzo, per conto della Manufacture des Gobelins, famoso opificio parigino specializzato
proprio nella produzione di pregiatissimi tessuti istoriati, destinati all’arredo
di sfarzose residenze e di altri importanti edifici.
In un secondo momento, Luigi XIV, apprezzatane l’impostazione
magniloquente, commissionò un dipinto con l’identico disegno all’ammiratissimo
artista, di cui già possedeva Le regine di
Persia ai piedi di Alessandro, incoraggiandolo altresì a sviluppare un
ciclo pittorico dedicato alle gesta del conquistatore e sovrano macedone, la
cui leggendaria figura evocava la propria splendente personalità di Re Sole.
Oltre alle già citate opere Le regine di Persia ai piedi di Alessandro (1660) e L’entrata di Alessandro Magno a Babilonia
(1663), l’artista creò altre due tele di gigantesche dimensioni ispirate alle
straordinarie vicende del condottiero, ossia: La battaglia di Gaugamela (1673) e Alessandro Magno e Poro (1665-1673), con le quali terminò l’ambizioso
progetto artistico.
L’entrata di Alessandro Magno a Babilonia si basa su uno schema compositivo costituito da un primo piano con un sontuoso corteo, che procede da destra verso sinistra, fino alla porta principale della strabiliante Babilonia.
La trionfale processione è formata due file di
personaggi, oltre i quali un variegato sfondo urbano emerge oltre le mura di
cinta e si staglia contro un cielo luminoso, percorso da cirri sfuggenti, verso
cui si levano i fumi delle essenze odorose bruciate nei bracieri.
Nel profilo cittadino si distinguono, lontani, un
porticato dalle improbabili colonne corinzie, seminascosto dal fronte d’un
imprecisato palazzo, e un edificio circolare cinto da contrafforti e coronato
da un giardino pensile, al quale si accede da un camminamento sospeso sopra
delle arcate.
Si tratta di un vero e proprio pasticcio architettonico affollato di elementi più consoni alla tradizione greco-romana che orientale. In fondo, è soltanto di un ideale e imponente scenario, perfettamente funzionale alla portata dell’avvenimento narrato, animato da gruppi di figuranti dai gesti eloquenti, che assistono alla parata con palese apprensione.
Il centro della movimentata messinscena pittorica è
costituito dalla figura di Alessandro, rizzato su un carro bianco trainato da
un elefante.
L’eroe, avvolto in un mantello dorato, ha la testa protetta
da un appariscente elmo aureo cinto da una corona d’alloro, nella cui ridondante
cresta è scolpita una sfinge. Nella mano sinistra impugna la spada, pure aurea,
dall’elsa foggiata in forma di testa d’aquila. Mentre nella sinistra stringe uno
scettro, sempre d’oro, che termina con l’effige d’una Vittoria alata, che in
una mano tiene una corona d’alloro e nell’altra una palma, emblema di gloria.
Il macedone volge lo sguardo verso l’osservatore,
come per polarizzarne l’attenzione e per coinvolgerlo nella grandezza del
momento.
È il suo sguardo il veridico fulcro dell’immagine, nel
quale si coglie l’arditezza e la determinazione dell’uomo che ha sconfitto e sottomesso
un impero. Cosicché orgogliosamente sfila tra i vinti, sul suo carro decorato
con un tema guerresco, tirato da un elefante adornato di stoffe riccamente
ornate e preziosi monili, e governato da un’amazzone che, nel contempo, muove
un incensiere per profumare l’aria al suo signore.
Dietro il carro del vincitore marciano i suoi
comandanti, con le loro truppe al seguito. Li precede il valentissimo generale
Efestione, sul suo cavallo sellato
con una pelle di leopardo, affiancato al suo inseparabile compagno Alessandro.
Ha predisposto che il suolo sia disseminato di fiori e che si bruci dell’incenso
in onore del trionfatore, che sia anche mostrato ai nuovi sudditi il bottino di
guerra. Difatti, rivolto all’indietro, sollecita tre schiavi che portano un
pesante vaso d’oro abilmente lavorato con figure di fauni e serpenti, frutto della
vittoriosa campagna militare.
Sotto gli occhi di un gruppo di astanti
meravigliati, un’orchestra di stravaganti musici accoglie i vincitori alle
porte della città, ai piedi della statua della mitica regina Semiramide, posta
su un alto basamento. La statua, effigiata con le insegne regali, è rivolta
verso Alessandro, come per accoglierlo e consegnare Babilonia nelle sue mani.
Si tratta quindi di una composizione molto articolata, con un gran numero di
personaggi inseriti un ordine spaziale ben costruito, con citazioni storiche
intrecciate con intriganti invenzioni. L’ampiezza scenica ben si adatta alle
movenze dei personaggi, dal disegno studiato e impostato su modelli classici,
raffaelleschi soprattutto, in un colorismo vivace ma equilibrato.
Charles Le Brun (1619–1690), Le regine di Persia ai piedi di Alessandro, 1660,
olio su tela, 298 x 453 cm, Castello di Versailles
Nella battaglia di Isso
(333 a. C.), Alessandro ha sconfitto Dario III, re di Persia, che è fuggito,
lasciando la famiglia reale al proprio destino. La madre di Dario, Sisigambi,
la moglie Stratira e i figli sono fatti prigionieri e portati nella tenda del
re macedone. Sisigambi si prostra ai piedi di Efestione, scambiandolo per il
re, seguita dai suoi familiari. Ma subito chiarito l’equivoco, con molto
rispetto, Alessandro la fa alzare, pronunciando la famosa frase: “Anche lui
è un re”. Riferendosi a Dario, ovviamente.
Charles Le Brun (1619–1690), La battaglia di Gaugamela, 1673,
olio su tela, 470 x 1265 cm, Museo del Louvre, Parigi
Con la battaglia di Gaugamela
(331 a. C.) Alessandro Magno sconfigge ancora Dario III e determina la fine
dell’impero persiano. La smisurata tela rappresenta il caotico e violento
epilogo dello scontro, col re macedone che, in sella al suo destriero e alla
testa dei suoi guerrieri, mette in fuga i persiani, giungendo vicino alla
postazione di Dario III, che dall’alto suo trono si agita disperato, presagendo
ormai la sconfitta.
Charles Le Brun (1619–1690), Alessandro Magno e Poro, 1665-1673,
olio su tela, 470 x 1264 cm, Museo del Louvre, Parigi
Dopo la terribile battaglia dell’Idaspe (326 a. C.), Alessandro incontra lo sconfitto re indiano Poro, dal fiero portamento, che chiede un trattamento consono al proprio rango. Alessandro, sorpreso e ammirato dalla nobiltà del suo nemico, gli restituisce tutti i suoi possedimenti.
VITA IN BREVE DI CHARLES LE BRUN
Charles Le Brun nacque a Parigi nel 1619.
Manifestando precocemente il suo talento, fu prima allievo di suo padre, lo
scultore Nicolas Le Brun, poi del pittore Simon Vouet. Nel 1642 partì per Roma,
insieme a Nicolas Poussin, rimanendovi quattro anni e impegnandosi nello studio
dei grandi artisti rinascimentali, Raffaello, soprattutto.
Al suo ritorno in Francia, nel 1646, subito si giovò
della considerazione di Luigi XIV e del primo ministro Jean-Baptiste Colbert,
col quale fondò, nel 1648, l’Accedemia
reale di pittura e scultura di Parigi, sul tipo della romana Accademia di San Luca. Nel 1660 dipinse Le regine di Persia ai piedi di Alessandro,
per incarico del Re Sole, che l’anno
seguente lo nominò primo pittore di corte. Nel 1663 divenne sopraintendente della
rinomata Manufacture des Gobelins, specializzata
nella produzione di arazzi, per la quale creò, tra altri pregiati lavori, i
cartoni con le Battaglie di Alessandro.
Nel 1676 fu nominato principe dell’Accademia di San Luca, che fuse con
l’accademia parigina, attuando, insieme a Colbert, una rifondazione artistica
in chiave classicista dell’arte francese. Nel contempo portò a termine tutta
una serie di prestigiosi incarichi, tra i quali, la decorazione di molti
ambienti interni della reggia di Versailles,
del Louvre, del castello di Fontainebleau. Morì a Parigi, nel 1690.
© G. LUCIO FRAGNOLI
IL POST SOPRA RIPORTATO HA CARATTERE ESCLUSIVAMENTE DIVULGATIVO E DIDATTICO, DESTINATO PERTANTO AGLI STUDENTI E AGLI APPASSIONATI.
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