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sabato 20 giugno 2026

LE BAGNANTI (Les Baigneuses) di JEAN-HONORÉ FRAGONARD

 

Jean-Honoré Fragonard (1732 – 1806), Le bagnanti, 1765-72, olio su tela, 64 x 80 cm,

Museo del Louvre, Parigi.

 

LETTURA DELL’OPERA

 

Nel dipinto, l’artista crea la deliziosa immagine di alcune giovani donne che si bagnano in un tranquillo specchio d’acqua immerso in una vegetazione immaginosa di piante acquatiche, arbusti e alberi dalle folte e bizzarre chiome. Nella composizione, libera e immediata, si combinano un compiaciuto e candido erotismo e una schietta magnificazione della gioia di vivere.

Le cinque formose bagnanti ignude, dai morbidi e rosei incarnati, sono colte in movenze esuberanti e giocose, senz’altro disinvolte e incolpevoli nella loro nudità, esaltata da un ampio fascio di luce calda che penetra tra le fronde.

Esse sono disposte in movenze differenti e nondimeno originali. In primo piano, una delle fanciulle sta uscendo dall’acqua, passando tra le foglie delle erbe acquatiche, sostenendosi con un braccio sulla sponda, dove sono posate le sue vesti.

La bella bagnante dà la schiena e le natiche carnose al riguardante, intanto che si gratta il braccio destro – su cui si è appena appoggiata – con la mano sinistra, come fosse stata punta da un insetto.

Di fronte a lei un’altra leggiadra fanciulla, seduta sui suoi svolazzanti abiti, sembra come magicamente sospesa in aria, come fosse una gaia ninfa che personifica il piacere di vivere e allude, nel contempo, alla fuggevole leggerezza dell’essere.

Con le braccia alzate, tiene nelle mani dei fiori, forse con l’intenzione di lasciarseli cadere addosso per profumarsi, in un gioco tutto suo, mentre osserva una delle sue compagne che sta goffamente entrando in acqua e che, a sua volta, si volge verso di lei.

Accanto alla bagnante dalle braccia levate in alto si intravedono altre due sue compagne buttate in terra. Sono impegnate in una sorta di zuffa affettuosa, un innocente gioco da loro appena inventato.

Oltre le cime setose della vegetazione, si scorge un cielo ingombro di nuvole vaporose e bizzarre, che completano la spettacolare scenografia naturale dentro cui sono immerse le graziose bagnanti, in una scintillante combinazione di luci, di forme e di colori.



Jean-Honoré Fragonard (1732 – 1806), Le bagnanti (particolare), 1765-72, olio su tela, 64 x 80 cm,

Museo del Louvre, Parigi.


Jean-Honoré Fragonard (1732 – 1806), L'altalena ,1765-72, olio su tela, 82 x 64,2 cm, 

Wallace Collection, Londra.

L’opera, conosciuta anche col titolo I fortunati casi dell’altalena o con l’altra meno conosciuta intitolazione Possibilità gradevoli dell’altalena, fu dipinta tra il 1765 e il 1772, su commissione del barone di Saint-Julien, tesoriere della Chiesa francese, il quale, preventivamente, aveva scelto anche il soggetto. Voleva, in effetti, essere egli stesso rappresentato mentre ammirava estasiato la sua amante, che si dondolava su un’altalena sospinta da un vescovo




Jean-Honoré Fragonard (1732 – 1806), Autoritratto


Fragonard è uno dei massimi pittori del Settecento, e senza dubbio uno dei massimi pittori francesi. Anzitutto per i temi, che fanno di lui il pittore del suo tempo, di quel Settecento sensuale, garbato, del secolo di Luigi XV, dei fermiers généraux, degli esattori e dei borghesi epicurei che dovevano rovesciare la monarchia. Il suo maestro Boucher si compiaceva di allegorie e di raffigurazioni bucoliche; i successori di Watteau s’attardavano nel genere delle feste galanti; Fragonard rinunciò, con grande scandalo dei critici d’arte contemporanei, ai temi antichi o mitologici per dedicarsi a ciò che da Courbet in poi chiamano “arte viva” [...]

I temi abbastanza liberi, che ha trattato al tempo del suo matrimonio in età già matura, non hanno né ipocrisia né la falsa ingenuità di quelli di Greuze, ma ci rammentano che il pittore è contemporaneo di Boumarchais (nato come lui nel 1734), di Casanova (nato nel 1725): che Boufflers, Laclos, e Sade sono nati dopo di lui. D’altronde, se moltiplica, con piacere evidente, i dipinti e i disegni galanti, lo fa in parte per rispondere al gusto del pubblico che, alla vigilia del 1789, lo apprezza sempre di più. [...]  

(G. Wildenstein, Fragonard, Bath, 1960.)

 

VITA IN BREVE DI FRAGONARD

 

Fragonard nasce nel 1732 a Grasse, il 5 aprile, in Provenza, da famiglia di origine italiana. Nel 1738 la famiglia si trasferisce a Parigi. Nel 1748 entra come allievo nella bottega di Boucher. Nel 1752 vince il Prix de Rome e si fa notare come talento emergente. Nel dicembre del 1756 giunge a Roma per un soggiorno di studio. Tra il 1760 e il 1765, anno in cui viene ammesso all’Académie Royale e in cui espone anche al Salon, effettua viaggi a Venezia, a Napoli e in Olanda. Tra il 1766 e il 1767 riceve importanti commissioni dall’Académie, esponendo ancora al Salon. Nel 1773 sposa Marie-Anne Gérard, che dà alla luce una bambina. Subito dopo intraprende un viaggio per Roma. Nel 1774 parte da Roma per il nord dell’Europa e visita Praga, Lubiana, Vienna, Dresda. Nel 1780 nasce il secondo figlio, ma l’anno dopo muore il padre. Nel 1882 partecipa al Salon de la Correspondance, per la seconda volta. Nel 1788 muore la figlia. Nel 1790 ritorna a Grasse con la moglie. Nel 1791 è di nuovo a Parigi. Nel 1793 diventa membro della Commune des Arts. Nel 1796 diviene presidente del Musée Central. Dal 1800 inizia un periodo di difficoltà economica; lascia l’alloggio al Louvre, ricevendo una pensione di 1.000 franchi. Il 22 agosto del 1806 Fragonard muore, nella sua casa parigina, per via di una congestione cerebrale.



© G. LUCIO FRAGNOLI 

IL POST SOPRA RIPORTATO HA SCOPO ESCLUSIVAMENTE DIVULGATIVO, ED È RIVOLTO PERTANTO AGLI STUDENTI E AGLI APPASSIONATI.

L'ODALISCA BIONDA (o RAGAZZA DISTESA) di FRANÇOIS BOUCHER

  


François Boucher (1703 -1770), Ragazza distesa, o Odalisca bionda o Marie-Luise ‘O Murphy, 1751, olio su tela, 59 x 73,5 cm – Colonia, Wallraf-Richartz-Museum.


LETTURA DELL'OPERA

L’opera, replicata in più copie, è anche conosciuta come Ragazza distesa, o Odalisca bionda o Marie-Luise ‘O Murphy, è il nudo più erotizzante e malizioso della pittura rococò francese.

Quasi sicuramente Boucher utilizzò come modella l’affascinate cantante di origine irlandese Marie-Luise ‘O Murphy (Rouen, 1737- Parigi, 1814), detta anche La Belle Morphyse, giovanissima figlia d’una furba e intraprendente commerciante di indumenti usati. Per tre anni fu l’amante preferita di Luigi XV, risiedendo nel frattempo nel Parco dei cervi – una confortevole dimora dove il sovrano incontrava le sue mantenute , avendo da lui anche una figlia, nel 1754.

Terminata la relazione col re, Marie-Luise sposò un aristocratico, il quale morì due anni appresso, lasciandola incinta di una bambina. Si risposò ancora altre due volte, dapprima con un altro nobile, dal quale ebbe una figlia e da cui divorziò, poi con un deputato della Convenzione Nazionale, divorziando pure da questi, appena un anno dopo. Morì a Parigi, all’età di 77 anni.

Nel dipinto, firmato e datato, la leggiadra fanciulla – un’odalisca in chiave rococò – è distesa a pancia in sotto, con le gambe larghe, su un lenzuolo dai pizzi annodati e un soffice cuscino, stesi su un pregiato sofà damascato di velluto giallo zafferano, sul quale ricade anche un ampio tendaggio d’un fulgido giallo oro.

L’odalisca ha, però, il busto eretto e poggia un braccio sul bracciolo del canapè, l’altro braccio, invece, è piegato sul petto. Col dito indice si sfiora il viso, con lo sguardo rivolto davanti a sé, come se la sua attenzione fosse catturata da qualcosa che avviene fuori dello spazio del quadro. Cosa, questa, che incuriosisce senz’altro il riguardante. Chissà, qualcuno è entrato nella stanza? Un ospite inatteso? No davvero. Dato che la fascinosa e giovane donna non si mostra per niente sorpresa. Probabilmente osserva il suo amante che sta entrando da una porta, o che magari si sta soltanto congedando da lei con un affettuoso saluto? O cos’altro sta accadendo? Questo non ci è dato di sapere.

Niente di che preoccuparsi, naturalmente, vista la naturale espressione della maliarda, leggermente intrigata. Ma la luce che inonda l’ambiente dorato reinventato in soffice alcova, dalla sinistra, come da un’ampia finestra vetrata, potrebbe far pensare a qualcosa che accade fuori, oltre i vetri. Nulla cambia, ovviamente.

L’ipotesi più plausibile, secondo una certa logica, è quella che la piacente giovane osservi il suo amasio intanto che lascia il loro nido d’amore, uscendo da una porta, non visto dal contemplatore del dipinto. Di sicuro c’è stato qualcuno, si capisce dalle due rose cadute sul tappeto, un omaggio floreale, sicuramente, e dal libro aperto, che sta a significare una lettura inaspettatamente interrotta, ma anche la privilegiata condizione sociale della dama. Ciò che resta è un languido abbandono, in una accattivante sensualità, magistralmente realizzata dall’artista con l’effetto di un ampio flusso di luce che riluce sul morbido incarnato e sulle stoffe, sulla parete ocra, in un abbinamento coloristico limpido e splendente.   

      


 François Boucher (1703 -1770), Ragazza distesa, o Odalisca bionda o Marie-Luise ‘O Murphy, 1752, olio su tela, 58.5 x 73 cm – Monaco di Baviera, Alte Pinacothek.

In questa replica, come si vede, il libro aperto è stato sostituito da un portagioie.


 François Boucher (1703 -1770), Lodalisque brune (L’odalisca bruna), 1745 circa, olio su tela, 53 x 64 cm - Parigi, Louvre.

Per la realizzazione dellaltrettanto famosa Odalisca bruna ha posato la moglie dell’artista, ben accomodata in modo alquanto insolito, sicuramente provocante, a pancia in sotto, con le abbondanti chiappe scoperte, che occupano il centro del dipinto, quasi ne fossero le autentiche protagoniste. È una raffigurazione che rientra nel genere principalmente praticato dai pittori più rappresentativi della tendenza pittorica rococò, quello delle fêtes galantes (feste galanti), ossia di ordinari momenti di vita mondana della buona società.


 Gustav Lundberg, Ritratto di François Boucher, 1741 olio su tela, Collezione privata.


VITA IN BREVE DI FRANCOIS BOUCHER

François Boucher nacque a Parigi nel 1703, figlio di un artigiano, ed ebbe come primo maestro François Lemoyne. A diciassette anni lavorò nella bottega dell’incisore Jean-François Cars, divenendo l’incisore delle opere di Antoine Watteau. Ottenne il premio dell’Accademia, nel 1723, esponendo anche un grande successo per la sua prima esposizione pubblica. Nel 1727 si recò in Italia, dove restò fino al 1731, per perfezionare la sua formazione. Nel 1734 fu ammesso all’Accademia. Dal 1740 espose regolarmente al Salon, guadagnandosi frattanto il titolo di decoratore capo della Reale accademia di Musica, dal 1744 al 1748. Nel 1765 fu nominato primo pittore, pur godendo da tempo di un alloggio al Louvre. Ma l’avversione degli intellettuali illuministi lo condannò all’emarginazione, portandolo alla tomba. Morì nel 1770.  

 








© G. LUCIO FRAGNOLI


IL POST SOPRA RIPORTATO HA CARATTERE ESCLUSIVAMENTE DIVULGATIVO E DIDATTICO, DESTINATO PERTANTO AGLI STUDENTI E AGLI APPASSIONATI. 

 


domenica 31 maggio 2026

L'AMANTE INCORONATO (The Lover Crowned) di JEAN-HONORÉ FRAGONARD

 


Jean-Honoré Fragonard (1732 - 1806), L amante incoronato (particolare), 1771-72, olio su tela, 318 x 243 cm, 

Frick Collection, New York.



Jean-Honoré Fragonard (1732 - 1806), L amante incoronato , 1771-72, olio su tela, 318 x 243 cm, 

Frick Collection, New York.


LETTURA DELL’OPERA

In un quadro di considerevoli dimensioni, Fragonard immagina la scena di due giovanissimi innamorati, che magnificano il loro amore in un lussureggiante giardino. Lo stesso artista si ritrae all’interno della rappresentazione, ben abbigliato e seduto in terra, davanti a loro, nell’atto di immortalare quell’innocente momento di felicità su un foglio da disegno. 

La leggiadra fanciulla, dall’incarnato latteo, vestita elegantemente con un abito bianco e dorato, cinta da una ghirlanda di fiori, è seduta su un gradino erboso. Accanto a sé c’è un tamburello e uno spartito musicale aperto, a significarne il carattere puro e spensierato. 

Una luce calda e pulita l’avvolge, esaltandone la centralità e il gesto gentile di porre sul capo del suo prescelto una coroncina di fiori. Il giovane, anche lui vestito di tutto punto con una giacca porporina, è seduto alle sue ginocchia, sul prato, che la fissa con tenerezza, mentre le tiene delicatamente una mano. 

Lei, invece, mettendosi in posa, rivolge lo sguardo verso il pittore, concentrato sulle loro garbate movenze, che risentono d’una calcolata teatralità, tipica del variegato repertorio delle fêtes galantes

Nellinsieme il soggetto potrebbe  anche essere interpretato come un’allegoria dell’amore idealizzato, il cosiddetto amore platonico, data la compostezza degli atteggiamenti degli infatuati. 

Il giardino in cui sono immersi i nostri personaggi è uno splendido e ospitale salotto naturale, un brioso allestimento scenografico in cui risplendono densi cespi di rose e d’altri fiori, essenze selvatiche e piante da frutto messe in grandi fioriere, in uno sfavillio di luce e di colori. 

Sul salotto-giardino domina la statua ingrigita di Cupido dormiente, che nel contempo lo demarca. Il putto dispettoso ha esaurito il suo compito, indubbiamente, e si è assopito, quindi. Oltre la scultura del nume si estende una fitta vegetazione penetrata da una luce impetuosa. 

Gli alberi dalle chiome fitte e capricciose si confondono quasi con le vaporose nuvole disciolte nel cielo luminoso, in un bell’effetto di estensione spaziale e di natura sublime. È la natura del maestro della pittura rococò, che parte dall’osservazione di essa per poterla poi reinventare, nella sua particolare visione, in una dimensione fantastica e meravigliosa.     


 

Jean-Honoré Fragonard (1732 – 1806), I fortunati casi dell'altalena ,1765-72, olio su tela, 82 x 64,2 cm,

 Wallace Collection, Londra.



Jean-Honoré Fragonard (1732 – 1806), Autoritratto


VITA IN BREVE DI FRAGONARD

Fragonard nasce nel 1732 a Grasse, il 5 aprile, in Provenza, da famiglia di origine italiana. Nel 1738 la famiglia si trasferisce a Parigi. Nel 1748 entra come allievo nella bottega di Boucher. Nel 1752 vince il Prix de Rome e si fa notare come talento emergente. Nel dicembre del 1756 giunge a Roma per un soggiorno di studio. Tra il 1760 e il 1765, anno in cui viene ammesso all’Académie Royale e in cui espone anche al Salon, effettua viaggi a Venezia, a Napoli e in Olanda. Tra il 1766 e il 1767 riceve importanti commissioni dall’Académie, esponendo ancora al Salon. Nel 1773 sposa Marie-Anne Gérard, che dà alla luce una bambina. Subito dopo intraprende un viaggio per Roma. Nel 1774 parte da Roma per il nord dell’Europa e visita Praga, Lubiana, Vienna, Dresda. Nel 1780 nasce il secondo figlio, ma l’anno dopo muore il padre. Nel 1882 partecipa al Salon de la Correspondance, per la seconda volta. Nel 1788 muore la figlia. Nel 1790 ritorna a Grasse con la moglie. Nel 1791 è di nuovo a Parigi. Nel 1793 diventa membro della Commune des Arts. Nel 1796 diviene presidente del Musée Central. Dal 1800 inizia un periodo di difficoltà economica; lascia l’alloggio al Louvre, ricevendo una pensione di 1.000 franchi. Il 22 agosto del 1806 Fragonard muore, nella sua casa parigina, per via di una congestione cerebrale.


© G. LUCIO FRAGNOLI


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lunedì 4 maggio 2026

L’INCANTATRICE DI SERPENTI di HENRI ROUSSEAU detto IL DOGANIERE

Henri Rousseau (1844 – 1910), L’incantatrice di serpenti (1907, olio su tela, 169 x 189,5 cm) 
Musée d’Orsay, Parigi. 


LETTURA DELL’OPERA 

Il quadro, sicuramente il più interessante della serie delle Giungle, fu realizzato per la contessa Berthe di Delaunay e presentato al Salon d’Automne nel 1907. Si tratta di una scena di grande effetto visivo, un favolistico  intrigante  notturno, dove l’artista ha immaginato uno scorcio di foresta tropicale, dentro la quale compare un misterioso personaggio, una donna con poteri magici, evidentemente. La primigenia stregona, col suono del suo flauto, chiama a sé i serpenti e li ammalia con una tenebrosa melodia, sotto gli sguardi di un curioso pennuto acquatico e d’altri animali nascosti tra la vegetazione, che assistono allo stupefacente rituale, alla luce della luna piena, tersa e opalina. 

L'esotico scenario è di pura invenzione, con la presenza di fiori e piante ideate con una felice libertà creativa, anche se sappiamo che il Doganiere era un abituale frequentatore del Jardin des Plantes e d’Histoire Naturelle, dove aveva potuto osservare una gran quantità di strane essenze provenienti da paesi lontanissimi. 

Sappiamo pure che egli aveva assistito ad alcuni spettacoli circensi, in cui si erano esibiti anche incantatori di serpenti, che molto probabilmente erano divenuti fonte d'ispirazione per il soggetto del dipinto.

L’immagine è ben impostata prospetticamente, con degli insoliti arbusti messi in primo piano. L’arcana figura,  dagli inquietanti occhi rilucenti, vista volutamente in controluce, è sistemata poco più dietro, in secondo piano, sulla sponda di un placido specchio d'acqua, in posizione sapientemente decentrata, accanto a una variegata e suggestiva vegetazione, descritta in modo squisitamente minuzioso, foglia per foglia, in un ordine scrupolosamente ricercato. Sullo sfondo, chiuse da un opaco rilievo sinuoso, ondeggiano lievemente le acque del lago, che riflettono in argentei brillii l'opalescente lume lunare. 

L'originalità e l'alta qualità della rappresentazione pittorica dimostrano la considerevole maturità artistica raggiunta da Henri Rousseau negli ultimi anni del suo percorso creativo, che non ha nulla a che vedere con gli esordi di artefice autodidatta, ingenuo e impacciato che, molto consapevolmente e con assidua applicazione, riesce a diventare un originalissimo protagonista  dell'arte moderna.  



Henri Rousseau

"Rousseau il favoloso, il maestro; se avesse le doti del pittore e sapesse disegnare, l'ingenuità e l'ardore ne farebbero un genio. Ad ogni modo, questi inesperti, questi irrisi possiedono ciò che manca ai loro confratelli ammirati: la fede e il candore".
A. Jarry


Vita in breve di Henri Rousseau 

Henri-Félix Rousseau nasce a Leval (Mayenne) il 21 maggio 1844, dove frequenta la scuola elementare e il liceo, non completando però gli studi. Dal 1863 al 1867 lavora presso lo studio di un avvocato di Anger, come segretario. Per aver sottratto 10 franchi e alcuni francobolli nello studio legale, è condannato a un mese e mezzo di carcere. In seguito si arruola nell’esercito, obbligato dal padre, per via del reato commesso, per sette anni. Alla morte del padre, nel 1868, si congeda dall’esercito e si trasferisce a Parigi, trovando lavoro presso un ufficiale giudiziario. L’anno appresso sposa Clémence Boitard, che gli darà cinque figli, dei quali sopravvive soltanto la figlia Julia. 

Nel 1871 viene assunto come impiegato negli uffici daziari parigini, cominciando ad appassionarsi alla pittura e mettendosi a studiare autonomamente, da autodidatta, seguendo tuttavia qualche suggerimento da amici pittori più esperti, come Jean-Leon Jérome e Felix Clément. Il soprannome di Doganiere si deve proprio a tale sopracitato impiego. Nel 1885 espone al Salon des Refusés. L’anno seguente espone al Salon del Indépendants, partecipandovi quasi costantemente per i successivi quattro anni. Nel 1888 la moglie, sua amatissima musa e ispiratrice, muore di tisi. Nel corso dell’anno seguente scrive Una visita all’Esposizione del 1889, pubblicato soltanto nel 1947 da Tristan Tzara, uno dei promotori del movimento dadaista. Nel 1893 decide di andare in pensione anticipatamente per dedicarsi esclusivamente alla pittura. Nel 1894 dipinge La guerra, iniziando ad essere apprezzato da alcuni intellettuali di più ampie vedute. 

Nel 1899 sposa la vedova Joséphine Nourry e scrive anche il dramma La vendetta di un’orfana russa. Gli anni Novanta sono in larga parte caratterizzati dalla produzione di tele esotiche, dette Le Giungle, che costringono Rousseau a subire severe critiche da parte dei critici più tradizionalisti. Nel 1903 muore la sua seconda moglie. Nel 1907 dipinge L’Incantatrice di serpenti, suo indiscusso capolavoro. Nel 1909 viene condannato per frode bancaria a due anni di carcere, beneficiando però della pena condizionale. Henri Rousseau, detto il Doganiere, si spegne a Parigi, all’età di 66 anni, il 2 settembre del 1910.



© G. LUCIO FRAGNOLI

Bibliografia essenziale:

Piero Adorno, L’arte italiana. Dal Settecento ai nostri giorni Vol. 3, 1994, D’Anna, Firenze.

Giulio Carlo Argan, Storia dell’arte italiana, Vol. 3°, 1993, Sansoni, Milano.

Cornelia Stabenow, Rousseau, Gruppo Editoriale L’Espresso SPA, 2002, Roma.

F. Zeri, Cento Dipinti, Rousseau, Incantatrice di serpenti, 1998, Rizzoli, Milano

 

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domenica 3 maggio 2026

IL BATTESIMO DI CRISTO della National Gallery Of Art di Washington (dal ciclo I SETTE SACRAMENTI), di NICOLAS POUSSIN

   

Nicolas Poussin, Il Battesimo di Cristo (dal ciclo I sette sacramenti)olio su tela ( cm 95,5 x 121), National Gallery Of Art di Washington, Stati Uniti.


DESCRIZIONE 

Il Battesimo di Cristo (The Baptism of Christ della National Gallery Of Art di Washington), fa parte di un ciclo di sette dipinti dedicato ai Sette Sacramenti, e rappresenta la pressoché perfetta trasposizione pittorica del momento saliente del Prologo del Vangelo di San Marco. Difatti, la figurazione sacra, così come la sacra narrazione, si sviluppa dentro un luogo brullo, fatto di terra e rocce, chiuso da una montagnola in cui è scavata una strada, e alla cui sommità svettano le folte chiome di alcuni alberi. Oltre la collina si estende un vasto paesaggio, montuoso e desertico, dalle tinte grigiastre e azzurrognole.

La luce è quella del mattino, che si propaga in un cielo azzurro e luminoso, penetrando una coltre fantasiosa quanto suggestiva di vaporose nuvole, ben accordate con il fitto e cotonato fogliame delle piante. Tranne un gruppetto di tre figure poste sulla collina e un paio di viandanti che si allontanano per la via sterrata, tutti i personaggi, comparse e protagonisti, sono sapientemente sistemati in primo piano o quasi.

La composizione è organizzata in due correlati raggruppamenti di figuranti. Sulla parte destra, con i piedi nell’acqua, in riva al Giordano c’è Gesù, in un atteggiamento di delicata e composta umiltà, intanto che due servizievoli angeli posti su una lingua di terra in secca, gli reggono la tunica, l’uno inginocchiato e l’altro appena dietro col capo chino, in una rara gentilezza di movenze. Le due creature celesti non hanno ali, come se l'autore volesse farci capire che se gli angeli esistono, sono tra noi. 

Sulla riva San Giovanni, messo di fianco, allunga il braccio nel solenne rito del battesimo, anche lui raggentilito, come un volitivo arcangelo, spogliato della sua pelliccia di cammello e rivestito d’un più elegante manto vermiglio. In un siffatto, altissimo momento, compare sulla testa del Messia la Colomba dello Spirito Santo, mentre dal cielo discende ed echeggia nell’aria la rivelazione del Padre:

«Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto

A tali parole, gli astanti, accorsi sulle sponde del Giordano per il rituale purificatorio, sorpresi e sbigottiti, producono tutta una serie di reazioni psicologiche, corrispondenti a precisi e differenti stati d’animo.

Alle spalle del Battista un vecchio proselito, scosso, si raccoglie in preghiera, mentre il figliolo gli si stringe alla vita. Un altro si inginocchia volgendo lo sguardo al cielo, levando, sgomento, la mano sugli occhi. Dietro di lui c’è un austero uomo dalla barba e dai capelli ingrigiti, che indica in alto, come a confermare la soprannaturale provenienza di quella voce, che tutti hanno udito. Così il giovane a lui di fronte indica il Cristo, come per ribadire che è lui il figlio di Dio, mentre più indietro un terzo personaggio, osserva il cielo in un gesto di meraviglia.

Anche due osservanti, uno seduto in terra e un altro con un piede su un appoggio, che si stanno denudando dei loro abiti per il sacro rito, appaiono meravigliati e si sorprendono a scrutare in alto, mente un terzo neofito indossa abiti bianchi, simbolo di nuova vita e purezza. Ma la voce rintronante del signore cattura l’attenzione anche di un fedele lontanissimo, in piedi sulla collina, che allarga il braccio in un eloquente gesto di condiscendenza, chiaro segno di fede.         

 

CONSIDERAZIONI STILISTICHE

Il dipinto, da un punto di vista strettamente stilistico, presenta un colorismo vivo e ben bilanciato, con le tinte che si alternano ritmicamente, specialmente quelle dei panneggi, sempre ben modulati, per dare slancio e volume ai corpi che avvolgono, con un perfetto assorbimento della luce. 

Il contesto scenico, invece, è diviso in due parti: la prima è costituita dallo scorcio che arriva fino alla collina alberata, risolta con una gradevole gamma terrosa, ma pure luminosa, con prevalenza della terra di Siena; la seconda è lo sfondo del deserto grigio-azzurrognolo, realizzato in bilanciata prospettiva aerea, col cielo debolmente rannuvolato, dentro cui sorge la luce, in un effetto di infinita estensione spaziale.

La struttura disegnativa risente dell’influsso determinante del Raffaello romano, con la disposizione ben studiata, sapiente, dei personaggi nella scena e nello spazio del quadro, con corporeità classicheggianti e varietà di atteggiamenti, sempre sobri e funzionali al racconto pittorico, perfettamente animati in funzione duplice: per il personaggio in sé e per l’insieme dei personaggi. 

Questa attenzione disegnativa ha certamente per scopo il raggiungimento di un’armonia complessiva dell’immagine in senso squisitamente classico, ove tutto si deve corrispondere esattamente.

Nicolas Poussin, a dispetto di come banalmente viene inventariato il suo secolo, è un artista esclusivamente classico, un continuatore dell’ideale raffaellesco, alimentato però da una colta interpretazione dei temi sacri, ma anche e soprattutto del repertorio storico e mitologico. 

Vi è sempre in Poussin un'accurata ricerca disegnativa di modelli anatomici e gestuali ideali, buoni per i temi sacri quanto profani. Cosicché nel tema sacro sa esprimere il vero senso dell’esistenza secondo le sacre scritture. Così come nella interpretazione dei fatti storici riesce ad esprimerne l'esatta e completa narrazione. Nondimeno, quando rappresenta episodi mitologici riesce ogni volta ad esprimerne appieno il senso favolistico.    

Una tale studiata visione pittorica è tornata utile per il movimento rinnovatore del cosiddetto Neoclassicismo, quando, rinnegata la capricciosità e la vacuità illusionistica del tardo barocco e la frivolezza del roccocò, gli artefici del vero stile sono andati alla ricerca di maestri di riferimento, trovando in Poussin un luminosissimo faro per definire la loro rotta. 

 

IL COMMENTO DEL BELLORI 

(da Le vite de’ pittori scultori et architetti moderni, Roma, 1672).

 Nel battesimo espresse un bellissimo concetto, mentre San Giovanni versando l’acqua sopra il capo di Cristo nella sponda del Giordano, all’udirsi in alto la voce del Padre Eterno verso il figliuolo diletto, alcuni si volgono  a quel suono che scende dalle nubi, e uno di loro addita il cielo, l’altro accenna Cristo, riconoscendolo per figliuolo di Dio. Risplende sopra il suo capo lo Spirito Santo in forma di Colomba, e piegando egli le mani al petto umilmente, vien servito dagli Angeli che gli reggono il manto. Vi sono altri che si spogliano, e si rivestono, e aspettano l’acqua, con varia disposizione d’ignudi, e d’affetti.

 

VITA IN BREVE DI NICOLAS POUSSIN 

Nicolas Pussin, di nobile famiglia, nasce a Les Andelys in Normandia. Studia a Parigi, prima con Elle le Vieux e di Lallemand, poi a Fontainebleau. Nel 1622 diviene amico del poeta Giovanbattista Marino, il quale lo invita a Roma. Due anni dopo Poussin è a Roma, dove conosce i cardinali Barberini e Sacchetti, e Cassiano dal Pozzo, suo grande estimatore e mecenate. Nel 1625, muore il Marino. Tra il 1626 e il 1630 dipinge il Martirio di Sant’Erasmo, la Morte di Germanico, la Peste di Azoth, il Regno di Flora. Nel 1631 sposa Anne Marie Dughet. Tra il 1636 e il 1640 lavora ai Baccanali, commissionati da Richelieu, e ai Sette Sacramenti, commissionati dal Cassiano, completando il Battesimo soltanto nel 1642. Nel 1640 torna in Francia, su insistenza del re. Nel 1642 è di nuovo a Roma, da dove non si muoverà più, anche lavorando per committenti francesi e per il re. Nel 1644, per Chantelou, inizia il secondo ciclo dei Sette SacramentiTra il 1645 e il 1648 esegue molti dipinti importantissimi, come i paesaggi storico-filosofici. Tra il 1649 e il 1656 produce moltissime celebri tele. È il periodo della maturità. Nel 1657 muore Cassiano dal Pozzo. Nel 1658 si ammala di un fastidiosissimo morbo, nonostante il quale riesce a dipingere fondamentali capolavori. Nel 1664 muore la moglie. Il 19 novembre del 1665 il grande artista muore. 


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

GIO. PIETRO BELLORI, Le vite de’ pittori, scultori et architetti moderni, Ristampa dell’edizione romana del 1672, A. Forni Editore, S. Bolognese,1977.

 

 © G. LUCIO FRAGNOLI

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