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lunedì 6 luglio 2026

IL GRAN SACERDOTE CORESO SI SACRIFICA PER SALVARE CALLIROE di JEAN-HONORÉ FRAGONARD

 


Jean-Honoré Fragonard (1732 – 1806), Il gran sacerdote Coreso si sacrifica per salvare Calliroe, particolare, 1761-65, olio su tela, 400 x 309 cm, Museo del Louvre, Parigi.



Jean-Honoré Fragonard (1732 – 1806), Il gran sacerdote Coreso si sacrifica per salvare Calliroe,  1761-65, olio su tela, 400 x 309 cm, Museo del Louvre, Parigi.


COMMENTO CRITICO

La grande tela è ispirata alla dolorosa leggenda di Coreso e Calliroe, così come ce la racconta Pausania, detto il Periegeta, nella sua opera in dieci libri Periegesi della Grecia (160 – 177 d. C. circa), in cui si espongono fatti storici e altre particolari vicende, compresa la descrizione dei luoghi, di dieci regioni della Grecia.  

Nell’amara e mitica novella si narra di Coreso, sacerdote di Dionisio, il quale si innamorò follemente della meravigliosa Calliroe, della città di Calidone. 

La fanciulla, però, non ricambiò mai l’amore del suo pretendente, che se ne adirò a tal punto da richiedere l’intervento del suo dio, affinché la punisse per il suo rifiuto.

Dionisio, accogliendo l’implorazione del suo adepto, tormentò gli abitanti di Calidone col morbo della pazzia, seguita a una collettiva e subdola ubriachezza da egli stesso provocata.

Spinti dalla disperazione, i calidonii si rivolsero all’oracolo di Dodona, il quale impose che, per placare il maleficio ordito da Dionisio, fosse a lui sacrificata Calliroe, oppure qualsiasi altro cittadino disposto a immolarsi per la giovane predestinata.

Cosicché, non essendoci nessuno disposto a morire per lei, la graziosa ragazza fu condotta presso l’altare per il sacrificio, che lo stesso Coreso avrebbe celebrato. Adorna di monili e ghirlande di fiori, Calliroe giunse quindi al cospetto di Coreso.

Ma il sacerdote, ancora infatuato di lei, non volendo che morisse, si sacrificò al suo posto, piantandosi nel cuore il pugnale a lei riservato. Calliroe, sconvolta da tale attestazione d’amore e d’improvviso avvinta, si accoltellò a sua volta con la stessa lama.

Gli dei, mossi a pietà, vollero onorarne in eterno la loro commovente vicenda, trasformando Coreso e Calliroe in una sorgente, la fonte di Atene, presso la foce del fiume Ilisso, nella regione dell’Attica.

 

Di tutta l’intera vicenda, Fragonard sceglie il momento di massima drammaticità e di maggiore tensione psicologica, quello in cui Coreso, ancora perdutamente innamorato  di Calliroe, si toglie la vita per salvarla, con lo stesso coltello col quale l’avrebbe dovuta uccidere.

Questo particolare frangente l’artista lo immagina in un allestimento scenico intenzionalmente finalizzato a un effetto di solenne e intensa teatralità. La messinscena pittorica, infatti, è tutta impostata attorno a una semplice struttura architettonica di due poderose colonne poste sul basamento dell’ara sacrificale, ricoperta da un tappeto rosso, dove la tragedia si sviluppa in una dimensione monumentale.

Il sacerdote Coreso, inesorabilmente, ha appena affondato la lama tagliente nel proprio torace. Sta esalando il suo ultimo respiro, sotto lo sguardo inorridito degli altri sacerdoti, che lo stavano assistendo: di quello che gli ha portato l’arma su un vassoio e degli altri che hanno scortato Calliroe nel sacro e infausto luogo.

La ragazza, intanto, sta scivolando ai piedi di Coreso, svenuta per quanto sta accadendo, nelle inquiete espressioni di sgomento degli astanti, venuti per assistere al macabro rito, e calati nell’aria densa e caliginosa delle essenze profumate arse nei bracieri, che si confonde con le nuvole lontane e altri vapori.

Sospeso in alto, dentro una torbida scia di fumi odorosi, Dionisio, con una baccante al seguito, trasvola sull’inaspettato e angoscioso trambusto, avvolto in un mantello nero e con le braccia aperte. In una mano tiene un pugnale e nell’altra una torcia, emblemi di soprannaturale potere e di conoscenza divina.

Un cono di luce, proveniente da sinistra, quasi orizzontalmente, squarcia la semioscurità e l’aria fumosa, determinando un efficace senso di profondità, in un calcolato contrasto chiaroscurale e in una gradazione coloristica accortamente ridotta e ben accordata. 

La composizione è articolata e insieme bilanciata, nella disposizione dei personaggi, nella varietà delle posture e delle espressioni, cui si aggiunge un’apprezzabile accuratezza esecutiva, propria del maestro. 

Questo capolavoro, classicheggiante e preromantico insieme, fu molto ammirato dai suoi contemporanei, e gli valse l’accoglimento nella prestigiosa Accademia Reale.  

 



Jean-Honoré Fragonard (1732 – 1806), Autoritratto

VITA IN BREVE DI FRAGONARD

Fragonard nasce nel 1732 a Grasse, il 5 aprile, in Provenza, da famiglia di origine italiana. Nel 1738 la famiglia si trasferisce a Parigi. Nel 1748 entra come allievo nella bottega di Boucher. Nel 1752 vince il Prix de Rome e si fa notare come talento emergente. Nel dicembre del 1756 giunge a Roma per un soggiorno di studio. Tra il 1760 e il 1765, anno in cui viene ammesso all’Académie Royale e in cui espone anche al Salon, effettua viaggi a Venezia, a Napoli e in Olanda. Tra il 1766 e il 1767 riceve importanti commissioni dall’Académie, esponendo ancora al Salon. Nel 1773 sposa Marie-Anne Gérard, che dà alla luce una bambina. Subito dopo intraprende un viaggio per Roma. Nel 1774 parte da Roma per il nord dell’Europa e visita Praga, Lubiana, Vienna, Dresda. Nel 1780 nasce il secondo figlio, ma l’anno dopo muore il padre. Nel 1882 partecipa al Salon de la Correspondance, per la seconda volta. Nel 1788 muore la figlia. Nel 1790 ritorna a Grasse con la moglie. Nel 1791 è di nuovo a Parigi. Nel 1793 diventa membro della Commune des Arts. Nel 1796 diviene presidente del Musée Central. Dal 1800 inizia un periodo di difficoltà economica; lascia l’alloggio al Louvre, ricevendo una pensione di 1.000 franchi. Il 22 agosto del 1806 Fragonard muore, nella sua casa parigina, per via di una congestione cerebrale.

© G. LUCIO FRAGNOLI

La riproduzione anche parziale del testo del post soprariportato è vietata.

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venerdì 3 luglio 2026

I MANGIATORI DI FAGIOLI di VINCENZO CAMPI

 


Vincenzo Campi (1536 – 1591), I mangiatori di fagioli, 1584-85, olio su tela, 82 x 66 cm,

Collezione privata.

 

I mangiatori di fagioli è un divertente quanto bislacco dipinto di genere. Come ne I mangiatori di ricotta, lo spazio del quadro è interamente occupato dai personaggi, una famigliola con padre, madre e figlioletto. Cosa questa, che non permette di capire l’ambiente entro cui si consuma il pranzo. Pure se è facile immaginare che la scenetta si svolga all’interno della cucina di una modesta abitazione, almeno a giudicare dal tipo di oggetti posati su un piccolo ripiano, in basso a destra.

La procace moglie, donna alla buona, come il consorte, del resto, ha appena tolto dal fuoco la pignatta dove ha cucinato i fagioli, che ha servito a ognuno in delle scodelle di coccio.

Il marito, parecchio affamato, con un curioso berretto in testa, impugna il cucchiaio e si appresta a divorare il suo pasto saporito.

In una comica espressione di godimento, lo zoticone socchiude gli occhi, nel compiacimento della sua gioviale compagna che, indicandone l’espressione goduriosa, guarda fuori del quadro, come per convincere il riguardante della sua competenza culinaria. Sembra dimenticarsi per un momento del piccoletto, che sentendosi trascurato e infastidito da un gatto giocherellone, è sul punto di mettersi a frignare.

Il tema popolaresco, interpretato in senso grottesco, è abilmente svolto dal Campi con uno stile accurato dal punto di vista esecutivo, cui si aggiunge un colorismo il più possibile aderente al reale. Ma un altro fondamentale elemento stilistico è l’attento utilizzo della luce che, in questo caso, consiste in un fiotto che scende dall’alto e da sinistra, in un contrasto chiaroscurale misuratamente accentuato, che anticipa il luminismo e, più in generale, il naturalismo secentesco.

 

VINCENZO CAMPI

 

Figlio del pittore cremonese Gerolamo Campi, come Antonio e Giulio, Vincenzo nacque a Cremona nel 1536.

Come il padre e i fratelli, egli operò essenzialmente nella città natale, ma lavorò anche a Milano, a Pavia e Busseto.

La carriera dell’artista, curiosamente, si dipanò su due differenti e paralleli percorsi tematici, ossia: quello della pittura sacra, legata alquanto ai dettami controriformistici, e quello della pittura di genere.

Quest’ultima gli permise di affrontare soggetti legati all’ordinarietà della vita, in un inedito stile naturalistico di vago sapore fiammingo, e in una originalissima visione, spesso scanzonata e popolaresca, affollata talvolta di individui grotteschi e femmine procaci e ammiccanti, tratti dalla sua personale e quotidiana commedia dell’arte.

Tant’è vero, che il grande Roberto Longhi lo inserì nella cerchia ristretta dei cosiddetti pittori della realtà, insieme a Giovan Battista Meroni, Giacomo Ceruti e qualche altro artefice di area lombarda, che precorsero e ispirarono il naturalismo caravaggesco.

Difatti, nella carriera di Vincenzo Campi, l’intervallo sicuramente più libero e singolare dal punto di vista creativo, è costituito dalla produzione di dipinti di tipo naturalistico, come I mangiatori di ricotta, e della famosissima serie, composta da quattro scene di genere: La fruttivendola, La pescivendola, La pollivendola e La cucina.

I quattro quadri erano custoditi nella foresteria del convento cremonese dei Gerolomini di San Sigismondo, fino al 1809, anno della soppressione della comunità religiosa da parte dei francesi. Oggi essi sono esposti nella Pinacoteca di Brera. Della serie esiste una replica, eseguita per il banchiere Hans Fugger, e oggi conservata nel castello di Kirchheim, in Germania.

Vincenzo Campi morì a Cremona nel 1591, all’età di 55 anni.


 © G. LUCIO FRAGNOLI

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mercoledì 1 luglio 2026

LA LETTERA D’AMORE di JEAN-HONORÉ FRAGONARD

 

Jean-Honoré Fragonard (1732 – 1806), La lettera d’amore, 1773-76, olio su tela, 83,2 x 67 cm,

Metropolitan museum of Art, New York

 

COMMENTO DELL’OPERA

Il quadro, tra i più iconici della storia della pittura, rappresenta una giovane donna che ha appena ricevuto un omaggio floreale con allegata una lettera.

La giovane, dai lineamenti delicati e dal pallido incarnato, ha i capelli raccolti sulla nuca e avvolti da una cuffia fermata da una fascia a cioffe rosa. Indossa un abito di raso chiaro, e al collo porta una gioia legata a un sottile nastrino scuro, mentre all’orecchio ha un minuscolo orecchino di perla. Si sta accomodando al suo scrittoio, addossato a una finestra ovale, sedendosi su uno sgabello imbottito, ove è accucciato un vezzoso cagnolino.

Qualcuno le ha appena recapitato un mazzolino di fiori e una lettera in una busta chiusa, una lettera d’amore, senz’altro, che lei si appresta a leggere nella riservatezza della sua camera da letto, inondata della luce che entra dalla finestra. Una tenda annodata in primo piano, sulla sinistra, e il tendaggio del baldacchino che scende su un angolo del letto, sulla parete di fondo, definiscono lo spazio scenico, caldo e raccolto, ovattato e ospitale.

Ma prima di sedersi al suo grazioso scrittoio e aprire la busta contenente la dolce missiva, volge appena la testa e lo sguardo verso lo spettatore, con aria compiaciuta e sottilmente maliziosa, come per sincerarsi che non vi siano intrusi che potrebbero disturbarla durante la lettura.

La messinscena pittorica in questo caso è molto più intrigante e spontanea rispetto a certe complesse feste galanti rococò. A ciò contribuisce l’immediatezza realizzativa, il cromatismo ridotto, ma ben accordato e luminoso, con una stesa del colore fluida e disinvolta, con un effetto di complessiva leggerezza dell’immagine, che la rendono accattivante e attrattiva.  

 

Jean-Honoré Fragonard (1732 – 1806), La lettrice, 1776, olio su tela, 81 x 64,8 cm,

National Gallery of Art, Washington

 

(...) La Lettrice o Giovane che legge, è certamente tra le più iconiche della storia dell’arte d’ogni tempo. Essa è importante soprattutto per la qualità della pittura, con un colorismo piuttosto ridotto, ma vivace e luminoso, svolto con immediatezza e con una decisa stesa del colore, che anticipa le pratiche impressioniste. Mentre il soggetto stesso e l’impostazione innovativa dell’immagine precorrono alquanto la pittura romantica. (...)

 

Fragonard è uno dei massimi pittori del Settecento, e senza dubbio uno dei massimi pittori francesi. Anzitutto per i temi, che fanno di lui il pittore del suo tempo, di quel Settecento sensuale, garbato, del secolo di Luigi XV, dei fermiers généraux, degli esattori e dei borghesi epicurei che dovevano rovesciare la monarchia. Il suo maestro Boucher si compiaceva di allegorie e di raffigurazioni bucoliche; i successori di Watteau s’attardavano nel genere delle feste galanti; Fragonard rinunciò, con grande scandalo dei critici d’arte contemporanei, ai temi antichi o mitologici per dedicarsi a ciò che da Courbet in poi chiamano “arte viva” [...]

I temi abbastanza liberi, che ha trattato al tempo del suo matrimonio in età già matura, non hanno né ipocrisia né la falsa ingenuità di quelli di Greuze, ma ci rammentano che il pittore è contemporaneo di Boumarchais (nato come lui nel 1734), di Casanova (nato nel 1725): che Boufflers, Laclos, e Sade sono nati dopo di lui. D’altronde, se moltiplica, con piacere evidente, i dipinti e i disegni galanti, lo fa in parte per rispondere al gusto del pubblico che, alla vigilia del 1789, lo apprezza sempre di più. [...]

(G. Wildenstein, Fragonard, Bath, 1960.)



Jean-Honoré Fragonard (1732 – 1806), Autoritratto

VITA IN BREVE DI FRAGONARD

 

Fragonard nasce nel 1732 a Grasse, il 5 aprile, in Provenza, da famiglia di origine italiana. Nel 1738 la famiglia si trasferisce a Parigi. Nel 1748 entra come allievo nella bottega di Boucher. Nel 1752 vince il Prix de Rome col dipinto Geroboamo che sacrifica agli idoli, facendosi notare come talento emergente. Ma partirà per Roma solo quattro anni dopo, giungendovi nel dicembre del 1756, ospite dell’Accademia di Francia, per un periodo di studio di cinque anni. Tra il 1760 e il 1765, anno in cui viene ammesso all’Académie Royale e in cui espone anche al Salon, effettua viaggi a Venezia, a Napoli e in Olanda. Tra il 1766 e il 1767 riceve importanti commissioni dall’Académie, esponendo ancora al Salon. Nel 1773 sposa Marie-Anne Gérard, che dà alla luce una bambina. Subito dopo intraprende un viaggio per Roma. Nel 1774 parte da Roma per il nord dell’Europa e visita Praga, Lubiana, Vienna, Dresda. Nel 1780 nasce il secondo figlio, ma l’anno dopo muore il padre. Nel 1882 partecipa al Salon de la Correspondance, per la seconda volta. Nel 1788 muore la figlia. Nel 1790 ritorna a Grasse con la moglie. Nel 1791 è di nuovo a Parigi. Nel 1793 diventa membro della Commune des Arts. Nel 1796 diviene presidente del Musée Central. Dal 1800 inizia un periodo di difficoltà economica; lascia l’alloggio al Louvre, ricevendo una pensione di 1.000 franchi. Il 22 agosto del 1806 Fragonard muore, nella sua casa parigina, per via di una congestione cerebrale.

 









© G. LUCIO FRAGNOLI

 

IL POST SOPRA RIPORTATO HA CARATTERE ESCLUSIVAMENTE DIVULGATIVO E DIDATTICO, DESTINATO PERTANTO AGLI STUDENTI E AGLI APPASSIONATI. 

IL GRAN SACERDOTE CORESO SI SACRIFICA PER SALVARE CALLIROE di JEAN-HONORÉ FRAGONARD

  Jean-Honoré Fragonard (1732 – 1806), Il gran sacerdote Coreso si sacrifica per salvare Calliroe , particolare ,   1761-65, olio su tela, 4...