Jean-Léon Gérôme (1824-1904), Pigmalione e Galatea, 1890; olio
su tela, 94 x 74 cm, Collezione
privata.
Jean-Léon Gérôme (1824-1904), pittore e scultore, è sicuramente uno dei più appezzati artisti del secondo Ottocento francese. Continuatore della scuola neoclassica, fu grande protagonista nel panorama artistico del suo tempo, riscuotendo sempre un discreto apprezzamento da parte del pubblico più conformista e della critica più tradizionalista. Pur essendo, nel contempo, oggetto di disapprovazione da parte dei recensori legati alle nuove tendenze, come il realismo e l’impressionismo. Gérôme, considerato ancor oggi, riduttivamente, un accademico, fu invece un raffinato e dotto narratore di storie pittoriche, di tipo storico o mitologico, ma soprattutto di contesti orientalizzanti, sapendo in essi ricreare meravigliose suggestioni. Ma vediamo ora come questo eccelso pittore ha interpretato il mito ovidiano di Pigmalione e Galatea.
Nelle
pagine delle Metamorfosi di Ovidio si legge di Pigmalione, re di Cipro e
scultore, il quale, disdegnando i vizi delle donne, aveva deciso di vivere da
solo, rinunciando a sposarsi.
Ma,
dopo aver vissuto a lungo nella solitudine, decise di crearsi una compagna dall’avorio,
lavorandolo con lena e assoluta maestria, fino a ottenere una meravigliosa
statua muliebre, di una bellezza senza uguali, tanto che se ne innamorò, come se
davvero fosse una fanciulla in carne e ossa.
Come
tale la baciava, l’accarezzava, l’abbracciava, l’agghindava con vesti diverse e
la copriva di gioielli. L’adagiava pure su morbidi cuscini e si stendeva accanto
a lei, alla sua compagna.
Quando
venne il giorno della festa di Venere, Pigmalione andò a renderle omaggio,
pregando lei e gli altri dèi di fargli avere in sposa una donna simile alla sua
compagna d’avorio.
Venere,
presente con gli altri dèi, capì il senso di quella preghiera ed esaudì il
desiderio dello scultore che, rincasato, s’avvicinò alla sua amata statua e la
baciò. Con stupore e felicità percepì che l’avorio si stava trasformando in
persona viva. L’incredibile metamorfosi era avvenuta. Per tutto ciò, ringraziò
commosso la dea che, con soddisfazione, volle assistere alle nozze da lei auspicate.
Del
quadro esistono due versioni, sostanzialmente diverse. Nella prima, conservata
al Metropolitan Museum of Art di New York, Galatea è vista di spalle e
vi è presente il personaggio di Cupido, sospeso su una nuvoletta, che sta
scagliando una freccia. In quella di cui sto dicendo, la scena è più godibile,
proprio perché ha più naturalezza ed è vista frontalmente, cosa che rende
visibili i volti degli innamorati che si baciano. Ma, anche la pennellata è più
fresca e fluida e il colorismo è più ricco e armonico, senza nulla togliere al
primo dipinto, ovviamente.
Il
momento della favola d’amore scelto dal maestro è quello in cui lo scultore fa
ritorno a casa dopo l’orazione agli dèi, che comunque non corrisponde alla
narrazione poetica che abbiamo riassunto sopra. Ciò perché l’autore ha voluto
rielaborarla a modo suo, come proprio racconto, senza presunzione, credo, ma
soltanto per farla corrispondere al suo pensiero, alla sua particolare
interpretazione del brano ovidiano. Ossia, rappresentare il viscerale legame
che c’è tra il creatore dell’opera d’arte e l’opera stessa, che si materializza
davanti ai propri occhi, alla fine del suo appassionato lavoro.
Infatti,
il quadro va letto con questo significato e con un differente racconto rispetto
alla metamorfosi verseggiata, quello che segue.
Lo
scultore Pigmalione ha lavorato con entusiasmo per alcuni mesi per ricavare
dall’avorio una fantastica figura femminile di singolare leggiadria,
alimentando nel suo animo un sentimento irrefrenabile d’amore per quella
inanimata creatura, che si fermato ad osservare meravigliato. Il mazzuolo gli è
caduto di mano, mentre pregava gli dèi che la rendessero viva, quella fredda materia.
Così
un’anima è iniziata a fluire lentamente dentro di essa e sta trasfigurando quella
sostanza inerte in ossa, pelle, vene, carne viva. La trasformando in una
stupenda giovane, innamorata del suo ideatore, che dolcemente tira a sé per
baciarlo, in un bacio che esprime tutto il senso della prodigiosa vicenda.
Il
bacio è l’ideale centro della messinscena pittorica, appassionato e casto
insieme, intorno a cui si muovono con grazia i loro corpi, lui con la tunica da
lavoro, issato su una pedana di legno, lei completamente nuda, come la più
bella delle dee, quella che le ha donato la vita, che sta nascendo dalla spuma
del mare scolpita sotto i suoi piedi ancora inarticolati, insieme a un docile
pesce.
Dietro
di loro si vede il vano polveroso della bottega, ingombra di lavori trascurati,
una dea assisa, due gemebondi d’argilla, un busto bronzeo, una figura
inginocchiata, dei grotteschi mascheroni, un’altra dea che s’asciuga dopo il
bagno, sotto una carta geografica di Cipro appesa sul muro grigiastro, come
fossero presenze oscure vinte da quella cosa meravigliosa chiamato amore.
© G. LUCIO FRAGNOLI
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