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venerdì 11 settembre 2026

PIGMALIONE E GALATEA di Jean-Léon Gérôme

 


Jean-Léon Gérôme (1824-1904), Pigmalione e Galatea, 1890; olio su tela, 94 x 74 cm, Collezione privata. 

 

Jean-Léon Gérôme (1824-1904), pittore e scultore, è sicuramente uno dei più appezzati artisti del secondo Ottocento francese. Continuatore della scuola neoclassica, fu grande protagonista nel panorama artistico del suo tempo, riscuotendo sempre un discreto apprezzamento da parte del pubblico più conformista e della critica più tradizionalista. Pur essendo, nel contempo, oggetto di disapprovazione da parte dei recensori legati alle nuove tendenze, come il realismo e l’impressionismo. Gérôme, considerato ancor oggi, riduttivamente, un accademico, fu invece un raffinato e dotto narratore di storie pittoriche, di tipo storico o mitologico, ma soprattutto di contesti orientalizzanti, sapendo in essi ricreare meravigliose suggestioni. Ma vediamo ora come questo eccelso pittore ha interpretato il mito ovidiano di Pigmalione e Galatea.

 

Nelle pagine delle Metamorfosi di Ovidio si legge di Pigmalione, re di Cipro e scultore, il quale, disdegnando i vizi delle donne, aveva deciso di vivere da solo, rinunciando a sposarsi.

Ma, dopo aver vissuto a lungo nella solitudine, decise di crearsi una compagna dall’avorio, lavorandolo con lena e assoluta maestria, fino a ottenere una meravigliosa statua muliebre, di una bellezza senza uguali, tanto che se ne innamorò, come se davvero fosse una fanciulla in carne e ossa.

Come tale la baciava, l’accarezzava, l’abbracciava, l’agghindava con vesti diverse e la copriva di gioielli. L’adagiava pure su morbidi cuscini e si stendeva accanto a lei, alla sua compagna.

Quando venne il giorno della festa di Venere, Pigmalione andò a renderle omaggio, pregando lei e gli altri dèi di fargli avere in sposa una donna simile alla sua compagna d’avorio.

Venere, presente con gli altri dèi, capì il senso di quella preghiera ed esaudì il desiderio dello scultore che, rincasato, s’avvicinò alla sua amata statua e la baciò. Con stupore e felicità percepì che l’avorio si stava trasformando in persona viva. L’incredibile metamorfosi era avvenuta. Per tutto ciò, ringraziò commosso la dea che, con soddisfazione, volle assistere alle nozze da lei auspicate.

 

Del quadro esistono due versioni, sostanzialmente diverse. Nella prima, conservata al Metropolitan Museum of Art di New York, Galatea è vista di spalle e vi è presente il personaggio di Cupido, sospeso su una nuvoletta, che sta scagliando una freccia. In quella di cui sto dicendo, la scena è più godibile, proprio perché ha più naturalezza ed è vista frontalmente, cosa che rende visibili i volti degli innamorati che si baciano. Ma, anche la pennellata è più fresca e fluida e il colorismo è più ricco e armonico, senza nulla togliere al primo dipinto, ovviamente.

Il momento della favola d’amore scelto dal maestro è quello in cui lo scultore fa ritorno a casa dopo l’orazione agli dèi, che comunque non corrisponde alla narrazione poetica che abbiamo riassunto sopra. Ciò perché l’autore ha voluto rielaborarla a modo suo, come proprio racconto, senza presunzione, credo, ma soltanto per farla corrispondere al suo pensiero, alla sua particolare interpretazione del brano ovidiano. Ossia, rappresentare il viscerale legame che c’è tra il creatore dell’opera d’arte e l’opera stessa, che si materializza davanti ai propri occhi, alla fine del suo appassionato lavoro.

Infatti, il quadro va letto con questo significato e con un differente racconto rispetto alla metamorfosi verseggiata, quello che segue.  

Lo scultore Pigmalione ha lavorato con entusiasmo per alcuni mesi per ricavare dall’avorio una fantastica figura femminile di singolare leggiadria, alimentando nel suo animo un sentimento irrefrenabile d’amore per quella inanimata creatura, che si fermato ad osservare meravigliato. Il mazzuolo gli è caduto di mano, mentre pregava gli dèi che la rendessero viva, quella fredda materia.

Così un’anima è iniziata a fluire lentamente dentro di essa e sta trasfigurando quella sostanza inerte in ossa, pelle, vene, carne viva. La trasformando in una stupenda giovane, innamorata del suo ideatore, che dolcemente tira a sé per baciarlo, in un bacio che esprime tutto il senso della prodigiosa vicenda.

Il bacio è l’ideale centro della messinscena pittorica, appassionato e casto insieme, intorno a cui si muovono con grazia i loro corpi, lui con la tunica da lavoro, issato su una pedana di legno, lei completamente nuda, come la più bella delle dee, quella che le ha donato la vita, che sta nascendo dalla spuma del mare scolpita sotto i suoi piedi ancora inarticolati, insieme a un docile pesce.

Dietro di loro si vede il vano polveroso della bottega, ingombra di lavori trascurati, una dea assisa, due gemebondi d’argilla, un busto bronzeo, una figura inginocchiata, dei grotteschi mascheroni, un’altra dea che s’asciuga dopo il bagno, sotto una carta geografica di Cipro appesa sul muro grigiastro, come fossero presenze oscure vinte da quella cosa meravigliosa chiamato amore.

© G. LUCIO FRAGNOLI


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