Jean-Honoré Fragonard (1732 – 1806), Il gran sacerdote Coreso si sacrifica per salvare Calliroe, particolare, 1761-65, olio su tela, 400 x 309 cm, Museo del Louvre, Parigi.
Jean-Honoré Fragonard (1732 – 1806), Il gran sacerdote Coreso si sacrifica per salvare Calliroe,
1761-65, olio su tela, 400 x 309 cm, Museo del Louvre, Parigi.
COMMENTO CRITICO
La
grande tela è ispirata alla dolorosa leggenda di Coreso e Calliroe, così
come ce la racconta Pausania, detto il Periegeta,
nella sua opera in dieci libri Periegesi
della Grecia (160 – 177 d. C. circa), in cui si espongono fatti storici e
altre particolari vicende, compresa la descrizione dei luoghi, di dieci regioni
della Grecia.
Nell’amara
e mitica novella si narra di Coreso, sacerdote di Dionisio, il quale si
innamorò follemente della meravigliosa Calliroe,
della città di Calidone. La fanciulla, però, non ricambiò mai l’amore del suo
pretendente, che se ne adirò a tal punto, da richiedere l’intervento del suo
dio, affinché la punisse per il suo rifiuto.
Dionisio,
accogliendo l’implorazione del suo adepto, tormentò gli abitanti di Calidone col
morbo della pazzia, seguita a una collettiva e subdola ubriachezza da egli
stesso provocata.
Spinti
dalla disperazione, i calidonii si rivolsero all’oracolo di Dodona, il quale impose
che, per placare il maleficio ordito da Dionisio, fosse a lui sacrificata Calliroe,
oppure qualsiasi altro cittadino disposto a immolarsi per la giovane predestinata.
Cosicché,
non essendoci nessuno disposto a morire per lei, la graziosa ragazza fu
condotta presso l’altare per il sacrificio, che lo stesso Coreso avrebbe
celebrato. Adorna di monili e ghirlande di fiori, Calliroe giunse quindi al
cospetto di Coreso.
Ma
il sacerdote, ancora infatuato di lei, non volendo che morisse, si sacrificò al
suo posto, piantandosi nel cuore il pugnale a lei riservato. Calliroe, sconvolta
da tale attestazione d’amore e d’improvviso avvinta, si accoltellò a sua volta
con la stessa lama.
Gli
dei, mossi a pietà, vollero onorarne in eterno la loro commovente vicenda,
trasformando Coreso e Calliroe in una sorgente, la fonte di Atene, presso la
foce del fiume Ilisso, nella regione dell’Attica.
Di
tutta l’intera vicenda, Fragonard sceglie il momento di massima drammaticità e di
maggiore tensione psicologica, quello del suicidio di Coreso che, ancora innamorato
perdutamente di Calliroe, si toglie la vita per salvarla, col coltello con cui
l’avrebbe dovuta uccidere.
Questo
particolare frangente l’artista lo immagina in un allestimento scenico intenzionalmente finalizzato a un effetto di
solenne e intensa teatralità. La messinscena pittorica, infatti, è tutta
impostata attorno a una semplice struttura architettonica di due poderose
colonne poste sul basamento dell’ara sacrificale, ricoperta da un tappeto rosso,
dove la tragedia si sviluppa in una dimensione monumentale.
Il
sacerdote Coreso, inesorabilmente, ha appena affondato la lama tagliente nel
proprio torace. Sta esalando il suo ultimo respiro, sotto lo sguardo inorridito
degli altri sacerdoti, che lo stavano assistendo: di quello che gli ha portato
l’arma su un vassoio e degli altri che hanno scortato Calliroe nel sacro e
infausto luogo.
La
ragazza, intanto, sta scivolando ai piedi di Coreso, svenuta per quanto sta
accadendo, nelle inquiete espressioni di sgomento degli astanti, venuti per
assistere al macabro rito, e calati nell’aria densa e caliginosa delle essenze
profumate arse nei bracieri, che si confonde con le nuvole lontane e altri
vapori.
Sospeso
in alto, dentro una torbida scia di fumi odorosi, Dionisio, con una baccante al
seguito, trasvola sull’inaspettato e angoscioso trambusto, avvolto in un
mantello nero e con le braccia aperte. In una mano tiene un pugnale e
nell’altra una torcia, emblemi di soprannaturale potere e di conoscenza divina.
Un
cono di luce, proveniente da sinistra, quasi orizzontalmente, squarcia la
semioscurità e l’aria fumosa, determinando un efficace senso di profondità, in
un calcolato contrasto chiaroscurale e in una gradazione coloristica accortamente
equilibrata. La composizione è articolata e insieme bilanciata, nella
disposizione dei personaggi, nella varietà delle posture e delle espressioni,
cui si aggiunge un’apprezzabile accuratezza esecutiva, propria del maestro.
Questo capolavoro, classicheggiante e preromantico insieme, fu molto ammirato
dai suoi contemporanei, e gli valse l’accoglimento nella prestigiosa Accademia
Reale.
VITA IN BREVE DI FRAGONARD
Fragonard nasce nel 1732 a Grasse, il 5 aprile, in Provenza, da famiglia di origine italiana. Nel 1738 la famiglia si trasferisce a Parigi. Nel 1748 entra come allievo nella bottega di Boucher. Nel 1752 vince il Prix de Rome e si fa notare come talento emergente. Nel dicembre del 1756 giunge a Roma per un soggiorno di studio. Tra il 1760 e il 1765, anno in cui viene ammesso all’Académie Royale e in cui espone anche al Salon, effettua viaggi a Venezia, a Napoli e in Olanda. Tra il 1766 e il 1767 riceve importanti commissioni dall’Académie, esponendo ancora al Salon. Nel 1773 sposa Marie-Anne Gérard, che dà alla luce una bambina. Subito dopo intraprende un viaggio per Roma. Nel 1774 parte da Roma per il nord dell’Europa e visita Praga, Lubiana, Vienna, Dresda. Nel 1780 nasce il secondo figlio, ma l’anno dopo muore il padre. Nel 1882 partecipa al Salon de la Correspondance, per la seconda volta. Nel 1788 muore la figlia. Nel 1790 ritorna a Grasse con la moglie. Nel 1791 è di nuovo a Parigi. Nel 1793 diventa membro della Commune des Arts. Nel 1796 diviene presidente del Musée Central. Dal 1800 inizia un periodo di difficoltà economica; lascia l’alloggio al Louvre, ricevendo una pensione di 1.000 franchi. Il 22 agosto del 1806 Fragonard muore, nella sua casa parigina, per via di una congestione cerebrale.
© G. LUCIO FRAGNOLI
IL POST SOPRA RIPORTATO HA CARATTERE ESCLUSIVAMENTE DIVULGATIVO E DIDATTICO, DESTINATO PERTANTO AGLI STUDENTI E AGLI APPASSIONATI.




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