Diego Velázquez (1599 – 1660), Trionfo
di Bacco (o Gli ubriaconi ), 1628 – 1629, olio su tela, 165,5 x 227,5 cm,
Museo del Prado, Madrid.
Il trionfo di Bacco, o Gli ubriaconi, è uno dei quadri più
sorprendenti e inaspettati di Diego Velázquez, in cui è evidente
l’interpretazione del mito di Dionisio in chiave buffonesca e stradaiola. Ciò
spiega anche la duplice intitolazione El
triunfo de Baco e Los borrachos,
a seconda di come si vuol leggere l’immagine.
Ma,
più che una vera glorificazione di Bacco, siamo davanti a una spassosa
rimpatriata di bevitori. Infatti proprio di questo si tratta, di una burlesca
scena con dei beoni che magnificano il loro nume protettore, dove il più
giovane della compagnia è stato agghindato alla bell’e meglio come il dio
dell’ebbrezza e del teatro.
Gli
hanno cinto il capo con una corona di tralci di vite, gli hanno buttato addosso
un lenzuolo bianco e un drappo violaceo, a mo’ di tunica antica, dopodiché
l’hanno messo a sedere su una botte. Infine, con l’autorità divinatoria
conferitagli dall’allegra brigata, ha incominciato a incoronare i convenuti come
suoi adepti, aspiranti satiri, dediti alla bevanda e alla fannulloneria, quasi
immaginandosi in un itinerante santuario di trincatori.
I
nove picareschi protagonisti occupano quasi interamente lo spazio del quadro,
lasciando intravedere un cielo bigio e uno scorcio di paesaggio selvatico, come
se fosse un lontano e chimerico luogo, ma probabilmente più adatto a una
scampagnata che a un rito dionisiaco. In effetti, il panorama, alquanto
appiattito e trattato volutamente come elemento secondario, dà più il senso di
un fondale scenico che di spazio esteso in profondità.
Dei
nove, un personaggio è posto sulla sinistra, in controluce e in primissimo
piano, accovacciato in terra e già inghirlandato dal farlocco dio, che assiste
tutto serioso alla cerimonia di incoronazione di un suo compare,
ossequiosamente inginocchiato, con una coroncina d’edera.
Nel
contempo, un altro neofita, con un bicchierone colmo in mano, attende il suo
turno, brindando anzitempo alla propria investitura. Lo segue un anziano che
osserva il rituale, aggiungendo, con la mano sul cuore, qualche motto propiziatorio.
Dietro di lui un tipo incupito si toglie il cappello guardandosi nel palmo
della mano.
Un
già consacrato fauno, sdraiato alle spalle dell’officiante, dal chiaro e
levigato incarnato, tiene in alto il calice, tirandogli un pizzo della tunica e
aspettandosi da lui una reazione. Che si manifesta in un’espressione di vaga
diffidenza.
Alla
destra di Bacco un tipaccio baffuto e incappellato, con una tazza piena di vino
in mano, guarda fuori del quadro, in un complice atteggiamento del suo amico
appoggiato sulla sua spalla. Pure lui guarda dritto verso l’osservatore, come
per coinvolgerlo nella scanzonata adunanza alcolica di plebei senz’arte e senza
parte, cafoni e malvestiti.
Insomma,
Los borrachos è uno tra i maggiori
capolavori naturalistici d’ogni tempo, ove il mito è degradato in genere, in
disavventura popolaresca pregna di baldanzosa ironia. Vi è evidente, soprattutto
la maestria rappresentativa del maestro spagnolo, attenta agli accordi cromatici,
terrosi e materici, cui si somma un luminismo naturale e bastevole,
misuratamente contrastato. La visione è spontanea ma equilibrata, disinvolta e moderna
per concezione.
Diego Velázquez nasce a Siviglia, nel 1599. Qui svolge il suo apprendistato prima con Francisco Herrera il Vecchio, poi con Francisco Pacheco, aprendo poi una propria bottega. Nel 1623 si trasferisce a Madrid. Per via delle sue qualità artistiche, ma anche umane, è nominato pittore di corte di Filippo IV. Nel 1629 parte per un primo viaggio in Italia, dove resta per un anno e mezzo. Rientrato a Madrid nel 1631, per via del suo prestigioso incarico, esegue moltissime e pregevoli opere, molte delle quali per la famiglia reale, ritratti soprattutto. Nel 1649 è di nuovo in Italia, eseguendo a Roma il famosissimo ritratto del Papa Innocenzo X. Ritornato a Madrid nel 1651, lavora a soggetti diversi e impegnativi, realizzando nel 1656 il suo quadro più rappresentativo, Las meninas. Muore a Madrid, nell’anno 1660.
© G. LUCIO FRAGNOLI
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