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sabato 27 giugno 2026

I MANGIATORI DI RICOTTA di VINCENZO CAMPI

 


Vincenzo Campi (1536 – 1591), I mangiatori di ricotta, 1580, olio su tela, 77,9 x 89,4 cm,

Museée des Beaux-Arts, Lione


LETTURA DELL’OPERA

I mangiatori di ricotta è un grottesco dipinto di genere, cui lo stesso autore ha dato il titolo di Buffonaria, a indicarne, senza poter incorrere in equivoci, il senso burlesco e la consapevole frivolezza.

Si tratta dunque di una dichiarata rappresentazione farsesca, che vede protagonisti quattro spensierati personaggi intenti a ingozzarsi di ricotta. I gozzoviglianti, che indossano abiti da commedia dell’arte, sono accomodati attorno a un banchetto di legno, con sopra una grossa ricotta messa in un piatto di stagno.

Le loro corporature occupano quasi tutto lo spazio del quadro, senza che vi sia la possibilità per il riguardante di capire l’effettivo contesto dentro cui si sviluppa la scenetta.

Si potrebbe tranquillamente immaginare che i buongustai si trovino in una locanda semibuia o, tutt’al più, in un basso scalcinato d’un rione popolare. Non potrebbe essere altrimenti, almeno a giudicare dalle loro maniere cafonesche e dalle facce plebee, dagli sguardi strafottentemente rivolti verso il riguardante, intanto che si rimpinzano dell’appetitoso formaggio.

Dei quattro commedianti affamati, due sono in primissimo piano, chi da un lato e chi dall’altro, i restanti due sono al centro, appena un po’ dietro, alle loro spalle.

Sulla destra c’è una popolana formosa e belloccia, non proprio giovanissima, dal sorriso gongolante e ruffiano.

È l’allegra locandiera che ha portato il piatto in tavola? Può darsi. Tant’è che appare parecchio soddisfatta. Per il motivo, forse, che la ricotta è stata appena approntata, e sembra pure saporita. Si capisce dall’ingordigia del mangiatore sistemato sulla sinistra, che se ne sta abbuffando. Ne ha piena bocca mezza spalancata, ma ne ha già preso un’atra bella mestolata.

In questo personaggio l’autore ha realizzato il suo autoritratto in chiave zotica e buffonesca, con una spassosissima autoironia.

Cosicché, calatosi nei panni del gaudente screanzato, partecipa soddisfatto al pasoliniano trangugiamento della ricotta che, stranamente, ha assunto le vaghe sembianze di un cranio, come a voler loro rammentare la transitorietà d’ogni umano piacere e l’impalpabile incombenza della morte.

L’opera dimostra chiaramente l’interesse del maestro per i molteplici aspetti dell’ordinaria esistenza e, di conseguenza, per la pittura di genere, di cui è abile e rispettato protagonista, nella consapevolezza che l’arte è interpretazione della realtà, ma anche racconto e specchio della vita.   

Vincenzo Campi (1536 – 1591), La cucina, 1578-1581, olio su tela, 145 x 220 cm,

Pinacoteca di Brera, Milano

VINCENZO CAMPI 

Figlio del pittore cremonese Gerolamo Campi, come Antonio e Giulio, Vincenzo nacque a Cremona nel 1536.

Il pittore, come il padre e i fratelli, operò essenzialmente nella città natale, ma lavorò anche a Milano, a Pavia e Busseto.

La carriera dell’artista, curiosamente, si dipanò su due differenti e paralleli percorsi stilistici, ossia: quello della pittura sacra, legata alquanto ai dettami controriformistici, e quello della pittura di genere.

Quest’ultima gli permise di affrontare temi legati all’ordinarietà della vita, in un inedito stile naturalistico di vago sapore fiammingo, e in una originalissima visione, spesso scanzonata e popolaresca, affollata talvolta di individui grotteschi e femmine procaci e ammiccanti, tratti dalla sua personale e quotidiana commedia dell’arte.

Tant’è vero, che il grande Roberto Longhi lo include nella cerchia ristretta dei cosiddetti pittori della realtà, insieme a Giovan Battista Meroni, Giacomo Ceruti e qualche altro artefice di area lombarda, che precorsero e ispirarono il naturalismo caravaggesco.

Difatti, nella carriera di Vincenzo Campi, l’intervallo sicuramente più libero e singolare dal punto di vista creativo, è costituito dalla produzione di dipinti di tipo naturalistico, come I mangiatori di ricotta, e della famosissima serie, composta da quattro scene di genere: La fruttivendola, La pescivendola, La pollivendola e La cucina.

I quattro quadri erano custoditi nella foresteria del convento cremonese dei Gerolomini di San Sigismondo, fino al 1809, anno della soppressione della comunità religiosa da parte dei francesi. Oggi essi sono esposti nella Pinacoteca di Brera. Della serie esiste una replica, eseguita per il banchiere Hans Fugger, e oggi conservata nel castello di Kirchheim, in Germania.

Vincenzo Campi morì a Cremona nel 1591, all’età di 55 anni.



© G. LUCIO FRAGNOLI

IL POST SOPRA RIPORTATO HA CARATTERE ESCLUSIVAMENTE DIVULGATIVO E DIDATTICO, DESTINATO PERTANTO AGLI STUDENTI E AGLI APPASSIONATI.  


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