Vincenzo Campi (1536 – 1591), I mangiatori di fagioli,
1584-85, olio su tela, 82 x 66 cm,
Collezione privata.
I mangiatori di fagioli è un divertente quanto
bislacco dipinto di genere. Come ne I mangiatori di ricotta, lo spazio
del quadro è interamente occupato dai personaggi, una famigliola con padre,
madre e figlioletto. Cosa questa, che non permette di capire l’ambiente entro
cui si consuma il pranzo. Pure se è facile immaginare che la scenetta si svolga
all’interno della cucina di una modesta abitazione, almeno a giudicare dal tipo
di oggetti posati su un piccolo ripiano, in basso a destra.
La procace moglie, donna
alla buona, come il consorte, del resto, ha appena tolto dal fuoco la pignatta
dove ha cucinato i fagioli, che ha servito a ognuno in delle scodelle di
coccio.
Il marito, parecchio
affamato, con un curioso berretto in testa, impugna il cucchiaio e si appresta
a divorare il suo pasto saporito.
In una comica espressione
di godimento, lo zoticone socchiude gli occhi, nel compiacimento della sua gioviale
compagna che, indicandone l’espressione goduriosa, guarda fuori del quadro,
come per convincere il riguardante della sua competenza culinaria. Sembra dimenticarsi
per un momento del piccoletto, che sentendosi trascurato e infastidito da un
gatto giocherellone, è sul punto di mettersi a frignare.
Il tema popolaresco,
interpretato in senso grottesco, è abilmente svolto dal Campi con uno stile accurato
dal punto di vista esecutivo, cui si aggiunge un colorismo il più possibile aderente
al reale. Ma un altro fondamentale elemento stilistico è l’attento utilizzo
della luce che, in questo caso, consiste in un fiotto che scende dall’alto e da
sinistra, in un contrasto chiaroscurale misuratamente accentuato, che anticipa
il luminismo e, più in generale, il naturalismo secentesco.
VINCENZO CAMPI
Figlio
del pittore cremonese Gerolamo Campi, come Antonio e Giulio, Vincenzo nacque a
Cremona nel 1536.
Come
il padre e i fratelli, egli operò essenzialmente nella città natale, ma lavorò
anche a Milano, a Pavia e Busseto.
La
carriera dell’artista, curiosamente, si dipanò su due differenti e paralleli
percorsi tematici, ossia: quello della pittura sacra, legata alquanto ai
dettami controriformistici, e quello della pittura di genere.
Quest’ultima
gli permise di affrontare soggetti legati all’ordinarietà della vita, in un
inedito stile naturalistico di vago sapore fiammingo, e in una originalissima
visione, spesso scanzonata e popolaresca, affollata talvolta di individui
grotteschi e femmine procaci e ammiccanti, tratti dalla sua personale e
quotidiana commedia dell’arte.
Tant’è
vero, che il grande Roberto Longhi lo inserì nella cerchia ristretta dei
cosiddetti pittori della realtà, insieme a Giovan Battista Meroni, Giacomo
Ceruti e qualche altro artefice di area lombarda, che precorsero e ispirarono
il naturalismo caravaggesco.
Difatti,
nella carriera di Vincenzo Campi, l’intervallo sicuramente più libero e
singolare dal punto di vista creativo, è costituito dalla produzione di dipinti
di tipo naturalistico, come I mangiatori
di ricotta, e della famosissima serie, composta da quattro scene di genere:
La fruttivendola, La pescivendola, La pollivendola e La cucina.
I
quattro quadri erano custoditi nella foresteria del convento cremonese dei Gerolomini di San Sigismondo, fino al
1809, anno della soppressione della comunità religiosa da parte dei francesi.
Oggi essi sono esposti nella Pinacoteca di Brera. Della serie esiste una
replica, eseguita per il banchiere Hans Fugger, e oggi conservata nel castello di Kirchheim, in Germania.
Vincenzo
Campi morì a Cremona nel 1591, all’età di 55 anni.
IL POST SOPRA RIPORTATO HA SCOPO ESCLUSIVAMENTE
DIVULGATIVO, ED È RIVOLTO PERTANTO AGLI STUDENTI E AGLI APPASSIONATI.


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