François-Edouard Picot (1786–1868), Amore e Psiche (1814),
olio su tela, 233x291 cm, Museo del Louvre, Parigi.
Lettura dell’opera
Il
momento che il maestro neoclassico sceglie di rappresentare è quello in cui
Amore, svegliato dalla luce del mattino, lascia l’alcova in cui ha amoreggiato
con Psiche. Lo fa senza far rumore, in punta di piedi, quasi trattenendo il
respiro, badando di non svegliarla dal suo sonno leggero, gettando verso di lei
un ultimo sguardo.
Ha
fretta, deve andare, teme che la sua supponente madre, Venere, venga a sapere
della meravigliosa storia d’amore segreta con la bellissima regina. È una
stranissima storia d’amore, che i due innamorati vivono soltanto di notte, nel
buio, senza che lei possa vedere il volto di lui, né sapere altro.
Il
sole è già alto nel cielo, ormai, e una morbida e tiepida luminescenza rischiara
la stanza del palazzo, immerso in una lussureggiante natura, ove fluisce una
limpida cascata.
Così,
mentre l’innamorato appoggia in terra un piede, sposta il tendaggio del talamo,
tendendo una mano verso la propria tunica porporina posata su una sedia, insieme
al suo arco e alla sua faretra contenente le portentose frecce, ma con gli
occhi ancora volti verso la sua amante dormiente. Un pensiero di passione
brilla nei suoi occhi, che indovinano un sogno di felicità dietro le palpebre
chiuse di lei.
Nella
stanza, ove sembrano echeggiare i cinguettii e i gorgoglii dell’acqua, ove pare
che penetrino i profumi delle essenze selvatiche, l’obliqua luce del sole
attraversa il principesco baldacchino, il luogo fatato dove si magnificano i
desideri più inconfessati degli amanti, che compone e insieme occupa la scena.
È
il gran palcoscenico della commedia d’amore, messo frontalmente allo
spettatore, volutamente, dato che occupa l’intero spazio del quadro. È allo
stesso tempo scenografia e vano scenico, ove la finzione della favola si
compie, nel gesto di Amore che sposta la tenda come fosse un ideale sipario della
messinscena pittorica, in un equilibrio coreografico dei personaggi rispetto a
ogni altro elemento rappresentato.
L’asino d’oro di Apuleio
Nel romanzo di Apuleio Le Metamorfosi, anche noto come L’asino d’oro, la favola di Amore e Psiche costituisce un’ampia digressione all’interno della narrazione (dal capitolo 28 del libro IV al capitolo 24 del libro VI). Nel romanzo si racconta del giovane Lucio, appassionato di magia, che si reca in Tessaglia per apprenderne i segreti. Giunto a destinazione Lucio, desideroso di sperimentare le arti magiche in prima persona, chiede a una strega di essere trasformato in uccello. Ma, per un mero errore di sostituzione del portentoso filtro, si trasforma invece in un asino, pur conservando il suo intelletto. Prima di poter porre rimedio alla sua metamorfosi (mangiando delle rose), viene rapito dai briganti e si imbatte in tutta una serie di avventure, cambiando padrone in continuazione. Fino a quando la dea Iside, apparsagli in sogno, gli rivela la fine dei suoi patimenti. Cosicché l’asino Lucio, durante una processione dedicata alla dea, riesce a mangiare una corona di rose portata dall’ufficiante. Riacquistato l’aspetto umano, Lucio, recatosi a Roma, è iniziato al culto di Iside e Osiride, rivelandosi alla fine della narrazione come l’autore stesso. Nel mezzo delle singolari evenienze del protagonista, vi è l’episodio di una vecchia, la quale racconta la favola di Amore e Psiche a una ragazza rapita, per confortarla. E come ogni favola che si rispetti, quella di Amore e Psiche inizia così: Eram in quadam civitate rex et regina…
La favola di Amore e Psiche
Psiche
era la più bella delle tre figlie di un re e una regina. Era talmente bella,
che suscitò l’invidia di Venere.
La
dea, per rivalsa, chiese aiuto a suo figlio Amore, affinché la trafiggesse con
una freccia stregata e la facesse innamorare di un uomo brutto e sciagurato,
condannandola all’infelicità.
Ma
Amore, quando la vide, restò talmente sorpreso dalla bellezza di lei, che si
fece sbadatamente cadere uno dei suoi magici dardi su un piede, invaghendosene
follemente, e facendola portare da Zefiro su un letto di fiori nel suo
meraviglioso palazzo, per poterla possedere.
Così
Amore, per evitare la furia della madre Venere, incontrava soltanto di notte
l’innamoratissima Psiche, che aveva accettato di unirsi a lui, anche
rinunciando a conoscerne l’identità. Incitata dalle sorelle, però, Psiche
decise di vedere il volto del suo adorato, e lo attese con una lampada a olio e
una spada, pronta a infierire se si fosse trovata dinnanzi a un mostro.
La
notte Amore la raggiunse, e quando Psiche avvicinò la lampada al suo viso,
restò sconvolta dalla bellezza del suo amante. Cosicché, mentre lo baciava, gli
fece cadere una goccia d’olio addosso. Amore, sdegnato dall’imprudenza
della donna, l’abbandonò.
Venere,
saputo dell'accaduto, si adirò con Psiche, e per punirla la sottopose a una
serie di difficoltose prove, che la mortale superò.
La
dea della bellezza, infine, propose a Psiche la prova più difficile:
la ragazza avrebbe dovuto discendere negli inferi e chiedere alla dea
Proserpina un poco della sua bellezza. Psiche scese negli inferi, ricevendo
dalla dea un’ampolla chiusa.
Ma sulla via del ritorno, Psiche, incuriosita, non seppe trattenersi dall’aprire il vasello, che invece della bellezza conteneva il sonno più profondo, che la fece cadere irrimediabilmente addormentata. Provvidenzialmente e inatteso, giunse Amore, che non esitò a risvegliarla e riportarla alla vita. I due innamorati, col consenso di Giove, si sposarono e vissero felici e contenti.
© G. LUCIO FRAGNOLI
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